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 Curriculum Vitae
altezza 1,83 occhi verdi capelli
neri
lingue inglese buono francese ottimoformazione
laboratorio “il risveglio-appunti per una mitologia contemporanea” –
bologna maggio 1997. studia con il maestro bruno de franceschi sulla
voce, flautofonia e canto armonico; con julie stanzack (p. bausch), i
sosta palmizi e raffaella giordano per il lavoro sul corpo e il teatro
danza; con danio manfredini, davide enia, pieraccini per il teatro e con
renata molinari e mariangela gualtieri per la scrittura teatrale. lavora
al crt di pontedera con dario marconcini in “paolo di tarso; con cesare
ronconi del teatro valdoca in “fuoco centrale”; con robert wilson in
“g.a. story” e partecipa allo studio preparatorio condotto da pippo del
bono per lo spettacolo “la rabbia”.teatro
2005 “il colore bianco” regia: g. b. corsetti
torinodanza per le olimpidi della cultura
2005 “la vita bestia” regia: g. b. corsetti
2005 “argonauti” regia: g. b. corsetti
2005 “i cosmonauti russi” regia: l. pelli
concerto-spettacolo con musiche di battista lena
2004 “metafisico cabaret” regia: g. b. corsetti
2004 “paradiso” regia: g. b. corsetti
2003 “la morte di danton” regia: a. popowski.
2002 “nella solitudine dei campi di cotone” regia: a. milenin
2002 “le metamorfosi” regia: g. b. corsetti
2001 “il woyzeck” regia: g. b. corsetti
2001 “il gabbiano” regia a. milenin
2000 “il graal” regia: g. b. corsetti
1999 “f. di o.”
1998 “notte” regia: g. b. corsetti
1998 “il processo” regia: g. b. corsetti
1996 “la nascita della tragedia - un notturno” regia: g. b. corsetti
“est” regia: p. rota
“sogno di una notte di mezza estate” regia: e. de capitani
“polaroid molto esplicite” regia: e. de capitanicinema
2008 I DEMONI DI SAN PIETROBURGO regia Giuliano Montaldo
2007 SIGNORINA EFFE regia di Wilma Labate
2007 L'Eredità di Caino regia di S. Montresor e L.
Acito
2007 "saturno contro" regia f. ozpetek
2007 "in memoria di me" regia s. costanzo
2006 "homo omini lupus" (corto) regia m. rovere
2001 “onde” regia f. fei
2000 “aprimi il cuore” regia g. colagrande
1998 “in principio erano le mutande” regia a. negri
dal 1998 collabora con Tonino de Bernardi in qualità di attore e
sceneggiatore per i film “rosatigre”, “farelavita”, “marlene de susa”,
“appassionate”.regista
2004 “o mae si tu me vedesse ‘l core” (videopoesia)
2003 “the age of consent” (dirige ed interpreta) in collaborazione con
federica santoro
2000 2° premio del festival di bellaria con il cortometraggio “atomiques
les trois portes”
1999 “medea” in collaborazione con Federica Santorovarie
2007 E LASCIAMOLE CADERE QUESTE STELLE di Filippo Timi edito nel 2007 ediz.
Fandango.
2005 TUTTALPIU'MUOIO libro edito da Fandango libri, scritto a quattro mani con
Edoardo Albinati
2004 vince il premio ubu quale migliore attore dell’anno under 30
nel 2002 è invitato all’università la sapienza quale nuovo esponente
della poesia contemporanea italiana, dopo aver vinto alcuni concorsi di
poesia.
Filippo Timi si è recato per un mese negli Stati Uniti, a New
York, Miami...
di Ferruccio Timi
www.filippotimi.com
E'
partito sabato mattina scorso con un volo dall' aeroporto di
Milano Malpensa destinazione New York, un viaggio in America per
importanti impegni professionali che durerà un mese.
La notizia era circolata tramite stampa oramai da alcuni giorni,
dopo che un giornale quotidiano nell'intervistare Filippo Timi
attore e scrittore, aveva rivelato in anteprima che l'attore
protagonista degli ultimi film di successo di Ferzan Ozpetek
"Saturno Contro"(R&C/Medusa film) e di Saverio Costanzo "In
memoria di me"(Off-Side/Medusa film) sarebbe stato in procinto
di partire per impegni di lavoro negli Stati Uniti, ed infatti
nella stessa intervista "Filo" (Filippo Timi) si dichiarava
sinceramente elettrizzato ed eccitato per l'imminente
entusiasmante partenza negli U.S.A.
Anche noi dello staff di www.filippotimi.com lo abbiamo salutato
da amici in vista di questa lunga e lontana esperienza americana
e lui sempre con grande simpatia e spontaneità, ci ha riferito
alcune brevi notizie e curiosità che vogliamo far conoscere e
riferire a tutti i numerosi affezionati visitatori del sito ed a
tutti "quelli del forum", curiosi ancor di più di sapere notizie
e pensieri del nostro grande artista poliedrico personaggio.
web staff: Allora caro Filippo ti salutiamo e ti auguriamo una
bella e proficua vacanza lavoro negli Stati Uniti
d'America...sei davvero molto teso dall'attesa di prendere
questo volo?
Filippo Timi: "Si, come dicevo nell'intervista ad un giornale,
oltre al libro che uscirà a breve e ai due film di prossima
uscita nei cinema, sono davvero elettrizzato per la mia partenza
per New York in programma fra poche ore...ero già stato negli
States qualche giorno a Pasqua di quest'anno, ed ora andrò in
America a scrivere un musical che desidero ambientare in Umbria.
Mi fermerò un mese, sono davvero molto eccitato, speriamo che
vada tutto bene, farò tappa un paio di giorni a Toronto in
Canada dove nel corso di una serata verrà proiettato il film "In
memoria di me", starò molti giorni anche a Miami dove ho altri
impegni professionali e mi attende un'agenzia fotografica per un
servizio fotografico davvero speciale, chissà se incontro la
stilista Donatella Versace...".
Visiterò altre grandi città come Dallas, Boston, San Francisco e
Los Angeles, sarà molto importante prendere confidenza con una
realtà sociale differente e parlare per un mese intero la lingua
inglese.
Tornerò in Italia in tempo per onorare un invito e partecipare
insieme alla celebre brava e bella presentatrice Daria Bignardi
ad un importante convegno a Milano il 9 ottobre organizzato dal
noto sociologo Prof. Domenico De Masi e riservato per i manager
di Ibm Italia dove si parlerà... indovinate di cosa? di
Diversity Management, una cosa nuova per me, pensate un po' io
che non ci comprendo nulla di computer, parlerò di fronte ad una
platea così esperta, non vedo l'ora di rivedere e salutare la
grande Daria, donna che io adoro, insomma...quel pomeriggio sarò
presente a Milano".
web staff: Nel forum del tuo sito, tra le centinaia di iscritti
si è scatenata la grande curiosità per quella cena in pizzeria
tutti insieme, con te naturalmente presente, alla quale avevi
accennato in una tua lettera ormai famosa e letta da migliaia di
fans ammiratori e ammiratrici, cosa ci puoi dire in merito?
Filippo Timi: "L'idea della "pizzata"estiva in web-compagnia era
sincera e reale come d'altronde è il mio carattere e chi mi
conosce lo sa bene: timido si, ma una persona semplice, un' uomo
affidabile.
Si doveva svolgere, tant' è vero che tramite mio cugino p.r. di
locali, avevamo contattato un locale grande ristorante di amici
situato a Perugia ed avremmo dovuto stabilire nel forum la data
definitiva della "serata con Filo"...soltanto che purtroppo
proprio nel mese di luglio, improvvisamente la mia famiglia, la
nostra famiglia Timi ha avuto un triste lutto in quanto è venuta
a mancare la mia cara nonna paterna Giuseppa, che era poi anche
la nonna di mio cugino Ferruccio che è tra i promotori di questo
sito ufficiale dedicato a me. In quei momenti di tristezza nel
nostro cuore, nel nostro animo, abbiamo preferito rimanere in
silenzio, moralmente non c'erano più le condizioni per
organizzare un'allegra serata, rivolgendomi a tutti, credo che
comprenderete, mi è dispiaciuto, ma non abbiamo potuto fare
quell'incontro, magari in futuro...
Poi verso fine luglio ho avuto tantissimo da fare, in quanto
come certamente saprete ho traslocato
le cose dalla mia abitazione di Roma a quella di Milano e quindi
in agosto ho riservato le mie energie nella scrittura dei
capitoli finali del mio nuovo libro: è questa la mia prossima
grande sorpresa!
il titolo del libro (Fandango libri) non posso ancora rivelarlo,
rivelo solo che il libro parlerà al femminile di un pianeta
lontano: le donne, vedo le donne come giardini che non riescono
a fiorire appieno, cancelli arrugginiti custodiscono le loro
anime, dai loro occhi sgorgano lacrime e lacrime...se solo
potessero parlare quegli occhi... ancora pochi giorni d'attesa e
lo saprete".
web staff: Grazie della chiara ed esaudiente conversazione, ciao
"Filo", a presto, buon viaggio, l'aereo sta per partire, adesso
ti salutiamo anche a nome degli amici del forum e di tutti
quelli e quelle che vorrebbero dirti: Ciao Filo!!!
Filippo Timi:"Un grande saluto con il Cuore a tutti,
permettetemi di salutare le mie due nipotine gemelline Arianna e
Chiara Grazie per le infinite email che mi
inviate...Baci...Baci...immensi e affettuosi Baci a tutti Voi!"
Milano, 8/09/07
articolo realizzato da Ferruccio Timi
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Intervista a Filippo Timi di Alice
Calabresi
L’autore racconta di sé, della vita, del teatro
e dei suoi progetti.
Decido, dopo aver visto il suo spettacolo La
Vita Bestia al Teatro India di Roma, di andare a
intervistare Filippo Timi, autore e attore del testo, ma anche
poeta e scrittore (ha interpretato le sue poesie in vari Slam
Poetry e pubblicherà presto un romanzo con Fandango). La critica
lo ha già segnalato per la forte carica comunicativa, la
scioltezza nell’uso del corpo, la sensibilità ritmica e, più in
generale, per la sua presenza scenica in ruoli anche molto
forti, sia in teatro (dove ha lavorato, tra l'altro, col Teatro
della Valdoca e con Barberio Corsetti) che al cinema, tant’è che
a 31 anni ha già vinto il Premio Ubu come “miglior attore under
30” nel 2004 e il Premio della Critica Teatrale 2003-2004.
La Vita Bestia è uno spettacolo piuttosto forte, intenso,
poetico, sentito fino in fondo, anche perché racconta proprio
della sua vita, della sua famiglia, del suo piccolo paese umbro:
i compagni di scuola, le prime esperienze d’amore e di sesso e
le prime delusioni. Una normalità elevata ad arte nel suo
raccontarsi con ironia e mettersi in gioco completamente.
Conoscerlo di persona mi ha confermato la sua generosità; mi ha
colpito il suo stupore infantile e insieme “filosofico” di
fronte al mondo, alle persone, perfino rivolto alle stesse
parole che pronuncia. Sembra proprio che quello che ha vissuto
gli abbia scavato un’umanità profonda, che è poi quella che fa
la differenza nel recitare. Laura Betti, grande attrice e
cantante scomparsa di recente, diceva che per lei recitare
era esistere. Come hanno detto anche altri “grandi”, la
differenza tra essere e recitare non esiste, nel senso che la
fatica è proprio essere e non imitare. Filippo Timi, tanto più
perché ne La Vita Bestia mette in scena la sua vita,
esprime una “verità” profonda e vederlo fare teatro sembra quasi
un’espressione naturale del suo corpo…
Com’è che fai teatro? E quando è avvenuto quest’incontro?
Molto casuale, ho accompagnato un amico a
un’audizione per il centro Grotowski di Pontedera e hanno scelto
me. Ho accettato di far teatro perché mi pagavano, per andar via
da casa, se mi avessero detto che c’era da imbiancare, l’avrei
fatto. È diventata una scelta un po’ dopo, quando ho capito che
si potevano dire delle cose, ma a teatro è molto raro riuscirci.
Fai cinema, poesia, teatro, ti
pare questa una forma di comunicazione privilegiata?
Assolutamente si, è straordinaria, perché è
l’unica arte in cui si è a tu per tu, proprio; tu (nel migliore
dei casi artista) stai davanti all’uomo, quindi è molto più
forte che il cinema, che la poesia. Puoi creare uno spazio,
immergerti, tu attore, in uno spazio, è tutto più grande… è
qualcos’altro. La poesia invece è fantastica, perché te la porti
a casa, il cinema è meraviglioso, perché tra le forme artistiche
e comunicative è quella supercomplessa.
Ma tu preferisci esprimerti
con il teatro?
Non proprio… è quello che finora mi fa
mangiare, mi fa lavorare, esaudisce, visto che ho una vita
privata da suora di clausura, (sto molto per conto mio,
pochissimi amici, pochissime fidanzate), una certa spinta
erotica, perché sono molto erotico, cioè, ho un corpo che
veramente mi autoesprime: desideri, fame, voglia e mi faccio
queste orge plateali… per me fare uno spettacolo è molto
sessuale, nel senso alto, del rito, è amare, far l’amore.
Proprio nel comunicato che hai
scritto per lo spettacolo parli di amore tra un uomo e una
donna, mentre in passato hai parlato dell’amore in senso lato:
uomini, donne… in che senso?
Sono passati messaggi che sono percorsi della
mia vita, figurati a 17 anni facevo il ragazzo-cubo in
discoteca, proprio uahh.. l’apertura totale. Invece in questo
spettacolo sto riprendendo la maschilità dei sentimenti che non
significa per forza un’ etero-sessualità. Ora le donne sono
complesse, sono semi-perfette di loro, difficilissimo poi
affrontarle; gli uomini invece sono molto pigri e secondo me
devono rimettersi i pantaloni, riappropriarsi delle proprie
fragilità, ma al maschile.
Bisogna che si rimodellino dei
ruoli nuovi, siamo in una fase di ricerca...
Bisogna sbrigarsi, io ho 30 anni, oh! No?..
La danza e l’acrobatica quanto
sono importanti nel teatro?
Sono fondamentali. Non si parla solo con le
corde vocali, ma con tutto il corpo. Io faccio acrobazie con
l’anima e mi da un piacere enorme farle anche col fisico, è come
essere più totali nel fare l’amore, ballare e avere la maestria
di fare un salto mortale, fare l’amore e riuscire a toccare un
sentimento articolato è... è bello, apre una possibilità. Non mi
interessa vedere un salto mortale puro che non dice un cavolo, è
più interessante far fare i salti mortali all’anima.
Com’è nato lo spettacolo?
Perché uno scrittore, Edoardo Albinati, che
sarà coautore del romanzo, casualmente, sbirciando tra i miei
file, ha letto delle cose che avevo scritto sulla mia famiglia e
mi ha detto: "ci sono molti diamanti in questa miniera!" Sai
come Radiguet ha scritto Il Diavolo in corpo? Era amante
di Jean Cocteau ed è stato rinchiuso da lui per tre mesi, in un
albergo sul mare; per fortuna io e Albinati non siamo amanti,
siamo amici; mi ha detto : "se vuoi scrivere il tuo primo
romanzo lo devi fare entro i 30 anni". Insomma mi ha un po’
costretto. (Timi pubblicherà prossimamente il suo romanzo con
Fandango n.d.r.)
In un film che hai fatto,
Rosatigre, avevi più ruoli: eri coautore della
sceneggiatura, hai collaborato alle musiche, ai costumi. In
questo spettacolo quanto c’è di tuo rispetto alla regia di
Giorgio Barberio Corsetti?
In questo, molto, ma Giorgio è stato
fondamentale, ha un occhio esterno, compositivo, straordinario,
con lui basta una mezza parola, riesco a dirigermi dove lui
sente, è una collaborazione.
Trovo la scelta delle musiche
molto sofisticata.
Si, sembra banale, ma è importante riuscire a
mettere Claudio Baglioni, senza svaccarlo, prenderlo in giro.
Infatti quando c’è la sua
canzone dici veramente “vai claudio!”
Ma certo, perché a 16 anni, Baglioni è vero.
Perché dovremmo autoingannarci e ingannare il pubblico? Se ci
immaginiamo Shakespeare, non credo che scriveva cazzate. Allora
perché io devo, solo per avere un’idea nuova, autoilludermi di
dare un messaggio che non sento mio. Non tutti possono fare
Amleto, Carmelo Bene lo poteva fare e l’ha fatto, come non
tutti potevano scrivere Amleto, infatti c’è riuscito
Shakespeare, come ci sono riusciti anche Cechov (ne Il gabbiano
Konstantin Gavrilovic è Amleto), Bernard-Marie Koltès che
ne La nuit just avant le fôrets ha scritto, tra
virgolette, un suo Amleto e così anche Heiner Müller. Altri
scrittori non potevano scriverlo e la stessa cosa alcuni attori
non lo potranno mai fare.
Bisogna avere l’onestà dei
propri limiti?
L’onestà di capire di che natura sei, perché
magari puoi fare altre cose e poi se sei vero con te stesso puoi
arrivare a fare Amleto. Molti attori non si pongono delle
domande vere, esistenziali; si domandano come fare, come
riuscire a essere… il signor Petrolini fece un Amleto, farsesco
straordinario, che Carmelo Bene riprese assolutamente. Molti
attori vogliono essere intellettuali, invece bisogna essere
originali, ma in un senso: se stessi.
Come hai lavorato come attore
sul testo, con le improvvisazioni?
In questo caso fino a un certo punto, il testo
esisteva già, è come dirlo che mancava. Il lavoro sulle
improvvisazioni per creare il personaggio è come ha fatto
Brunelleschi quando ha costruito la cupola grande: fai un
pezzettino di cupola poi ti fermi, fai il piano per fare quello
dopo, autoportante. Come incipit butto giù delle frasi che mi
danno un’idea del personaggio poi da quel personaggio improvviso
sul testo e vado avanti.
Questo in generale, mentre in
questo caso?
Ho provato ad innalzare la mia famiglia al
livello poetico, ecco: Gertrude è mia mamma. Se avessi fatto
Amleto, nel personaggio di Gertrude ci avrei messo lo sguardo di
mia mamma. In questo caso ho fatto l’operazione contraria, ho
preso Gertrude e l’ho vestita da mia mamma. Il risultato è
qualcosa che appartiene al mondo, non più a me, cioè
quell’inferno di donna non è più mia mamma, è qualcos’altro,
anche perché semplicemente mia mamma non sarebbe così
interessante, in senso bello, come chiunque.
La tua interpretazione si può
definire tutto il contrario di aulica e anzi molto ironica. Cosa
pensi dell’ironia nel teatro?
Aristotele definisce l’uomo: un animale che
ride, il maggior pathos è ironico. Il dramma a me piace
molto come se lo figura Shakespeare; Florenskij, filosofo russo,
diceva che Amleto è un personaggio drammatico, perché ha una
fine inellutabile, non potrà che finir male. Il sorridere è
soltanto uno sguardo più cosciente, è chiaramente un sorriso
amaro, un sorriso che si piange, un sorriso cinico, malefico,
arrabbiato. E’ molto umano il sorriso, quindi se devo
interpretare un personaggio umano, non posso che sorriderlo, non
tutti i personaggi sono umani.
Qual è un personaggio
disumano?
Anche Konstantin Gavrilovic de Il gabbiano;
la sua finalità è il teatro e non l’umanità. Sempre ne Il
gabbiano Medvenko è molto umano, Kostantin e Arkadima invece
sono il teatro.
Il teatro non è umanità?
Non sempre, specialmente in Cechov, ci sono
moltissimi personaggi che riferiscono le loro emozioni, le loro
parole, i loro movimenti proprio al teatro, all’arte, a
quell’altro mondo, inteso quasi come arte, come il “miracolo”.
Quando ho lavorato a Il gabbiano con Antonin Milenin,
regista russo molto bravo, era straordinario, perché in realtà
nel dramma non c’è nulla di psicologico.
Konstantin ne Il gabbiano
non ha un malessere esistenziale?
Non c’entra nulla il malessere, non esiste
malessere nel “miracolo”, i russi sono straordinari, perché
hanno una visione totalmente altra da noi, hanno un senso
spirituale molto alto; anche Stanislavskij non parla tanto di
psicologia, qua però si apre un capitolo a parte sull’attore
creativo, lasciamo stare.
C’è una ricerca di una tua
“verità” nel teatro?
Si, una verità stellare; sto per fondare una
mia filosofia teatrale che è teatro-magia, cioè è importante e
raro arrivare a parlare della parte stellare dell’essere umano.
Che intendi?
Mi sono accorto che nell’essere umano esiste
una parte cosmica che io chiamo stellare; questo mi venne in
mente quando facevo Il Paradiso con Giorgio Barberio
Corsetti in cui mi ero ripromesso di non recitare al pubblico,
ma alle stelle, attraverso il pubblico, proprio come i bimbi...
questo dava… figurati… son segreti, però adesso mi accorgo che è
vero, non si può amare in maniera piccola un essere umano…
Il tuo è uno spettacolo molto
denso di sentimento. Pensi che si sia persa nel teatro la
dimensione del sentimento a favore di un teatro piuttosto
intellettuale?
Si, chiaramente. Io voglio vedere in scena le
tigri, attori-tigri, mostri-animali, anche animali mostruosi per
umanità, apparentemente imprevedibili.
C’è uno scollamento tra attore
e spettatore?
Si, perché abbiam paura, di tutto…
Chi ti piace nel teatro di
oggi?
Carmelo Bene, o meglio, mi piace la Societas
Raffaello Sanzio, Danio Manfredini, però se devo essere puro
Carmelo Bene e basta.
Cosa vorrai fare col teatro e
non solo?
Una trilogia, ci saranno altri due spettacoli,
non solo monologhi, ma ancora non so, sto scrivendo. Cerco di
esprimere ciò che sento, la filosofia è molto importante per me,
soprattutto quella contemporanea; sono un amante di Jean-Luc
Nancy, Gille Deleuze, Paul Virilio, la sua Estetica della
sparizione è straordinaria. Non mi vieto nessuna strada, dal
fare un libro di fumetti, so disegnare o non so disegnare: è
uguale, imparo, oppure mi metto a fare arazzi, mi faccio un
telaio gigante e ci lavoro per un anno; per fortuna sto
smettendo di lavorare solo per mangiare.
Cos’è teatro?
Per me è teatro quando mi arriva qualcosa; il
primo spettacolo che ho visto della Societas Raffaello Sanzio
era Amleto, sono uscito sconvolto, era straordinario: il
personaggio dello spettacolo era totalmente chiuso al pubblico,
perché giocava sull’autismo, però questo non toglieva una
comunicazione… io se vedo un pensiero, percepisco una cosa, se
mi piace, è teatro.
Alice Calabresi 20/11/2005 tratto
dal sito
www.amnesiavivace.com
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Incontro con: FILIPPO TIMI di Marcello Manuali Perugia, Teatro
Morlacchi, 29 gennaio 2002
Nel Woyzeck c’è una frase del Capitano che
fotografa molto bene il personaggio di Woyzeck: «Lei corre per
il mondo come un rasoio aperto». Ecco, anche in questo
spettacolo Timi corre molto... Sì, questo è uno spettacolo molto
faticoso, molto fisico, tutto è molto veloce, anche perché la
drammaturgia è costituita da brandelli di scene: Woyzeck è
l’ultima opera che Büchner ha scritto, quando era febbricitante,
ed è morto prima di completarla. Noi abbiamo solo frammenti di
scene senza un ordine stabilito dall’autore. Questa è una
versione che il regista Giorgio Barberio Corsetti ha
interpretato, scegliendo la composizione, il susseguirsi delle
varie scene. Tutto è molto veloce, tutto è molto improvviso,
come una folgorazione, ogni scena, vuum vuum vuum, è abbastanza
imprendibile. Si corre molto, il fisico corre, la mente corre,
le emozioni corrono. E’ una bella prova d’attore. E’ un
personaggio impostato molto anche da un punto di vista fisico,
atletico, dinamico. Non solo corre, sfrutta molto le altezze, i
movimenti, si fa trasportare... E’ un po’ una prerogativa del
teatro di Barberio Corsetti il fatto che le emozioni, il testo,
la parola debbano passare necessariamente attraverso il corpo,
manifestarsi attraverso il corpo. Il delirio anche, lo
squilibrio. Tutto è molto fisico, è molto concreto e reale; è
molto poco borghese, grezzo, ma nel senso di elementare,
basilare. Gli elementi fisici della scenografia, infatti, sono
l’acqua pura, il vento, il ferro, il nero: elementi assoluti. E’
una cosa che avevo notato, questo uso di materiali molto
concreti e primitivi, quasi fossero dei materiali base...
Assolutamente. Ma proprio perché il testo drammaturgico è reso
all’osso. Sono scheletri, le parole sono coltelli. Tutto è molto
semplice, apparentemente. Ma, come dice Woyzeck, «c’è la doppia
natura»: una cosa è insieme quella cosa e un’altra cosa. Tra
questi due significanti, alla fine, si apre una voragine, una
contraddizione, un abisso, una zona che è ignota che si apre
verso l’emotività, il nero, il tradimento, Dio, l’omicidio, la
follia. Woyzeck è un personaggio che estremizza alcuni aspetti
che esistono nell’essere umano, che appartengono a tutti. A
tratti mi è sembrato che questo marcare così fortemente
l’aspetto dinamico del personaggio ne offuscasse un po’ lo
sguardo interiore, quello dei sentimenti; come se fosse, a
tratti, più pupazzo, più marionetta che uomo... Anche qui c’è un
diverbio da esplorare. L’essere umano di Woyzeck è un essere
umano molto particolare, perché è un uomo, ma è un uomo che
vacilla in sé stesso e con sé stesso: è un pazzo, uno che crede
concrete alcune cose che effettivamente non lo sono, o che forse
sono concrete ma che gli altri personaggi non riescono a
cogliere. E’ un personaggio semplice, puro: è stata una scelta
registica quella di spingere sempre più le emozioni,
l’emotività, i sentimenti verso il fuori, al di fuori; è come se
il lavoro di attore dovesse essere, più che interiorizzare e
incupire gli stati d’animo, quello di tirarli fuori, di stare in
scena essenzialmente senza pelle, con i sentimenti allo stato
brado. Woyzeck è un pupazzo, sì, ma di sé stesso. E’ lui che è
trasportato dalle proprie emozioni, dai propri impulsi. Manca
dei filtri sociali, morali, fisici: questa cosa non si può fare,
neanche questa, questa no, perché Dio, perché la morale ha detto
questo... Invece Woyzeck fa quello che si sente. E’ natura pura,
quindi... Assolutamente: Woyzeck è un cavallo, è un cane, è un
animale puro. Ed è un buon gioco per l’attore perché, comunque,
tutto quanto è una partitura molto ferrea; perché le scene sono
così brevi e le parole sono quelle. Allora è tutto stabilito. Ci
sono molti macchinari in scena: se i movimenti, i gesti non
fossero quelli sarebbe pericolosissimo. E’ il riuscire a
giocare, appunto, sul rendere imprevedibile una prevedibilità.
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La vita è una
bestia. Intervista a Filippo Timi
di Graziano Graziani - 07 aprile 2006
Filippo Timi è uno dei migliori attori di teatro in Italia, nome
di punta della compagnia di Giorgio Barberio Corsetti. In un
periodo in cui mettere in piazza i propri panni - o almeno
simularlo - è diventato un clichè televisivo, ha scelto di fare
un'operazione autobiografica che recupera la poesia
dell'individuo, del quotidiano. Facendo leva sui propri difetti
e trasformandoli in virtù. Il risultato è un libro, "Tuttalpiù
muoio" [Fandango] scritto con Edoardo Albinati, e il monologo
"La vita bestia", tutti e due di grande successo. Filippo ci ha
raccontato come è nata questa avventura.
Come ti sei rapportato con la scrittura?
Scrivo da tanti anni, in realtà. Non lo sa nessuno, ma ho
scritto una sceneggiatura e vinto concorsi di poesia nazionali e
internazionali, con poesie in italiano e in umbro. Anche negli
spettacoli di Corsetti, in molti casi mi è capitato di scrivere
alcune mie parti. Scrivo fin da piccolo, soprattutto poesia. Poi
con il primo portatile che mi sono comprato, ho cominciato a
scrivere brandelli, pensieri, soprattutto sfoghi. Ma concentrare
i propri sfoghi nella struttura di un romanzo è ancora più
interessante, ti costringe ad affrontare quello che prima
mettevi su carta per buttarlo via. Invece, per creare il romanzo
sono stato costretto ad affrontarlo di nuovo. Doppiamente
doloroso.
Oggi il "reality" è un paradigma non solo televisivo, ma
anche dei rapporti umani, basati sulla massima esposizione del
privato ma il minimo di condivisione intima. La tua operazione
autobiografica dove va?
L'attenzione che c'è attorno a questo romanzo, credo sia dovuta
al fatto che si percepisce che c'è una base di verità. E anche
nello spettacolo. È chiaro che si tratta anche di un gioco,
perché sono consenziente al dolore che mi provoco. Sono vittima
e carnefice. Ma la cosa che più attira è questa base di verità.
Poi sono uno che ha fatto dei propri difetti virtù. E quindi il
riscontro più forte è sulla sincerità. È una cosa che fa paura.
Soprattutto a me. Anche a causa di una sorta di etica personale
che non mi permette di dire bugie. Non ce la faccio. E poi, è
molto più interessante giocare con la verità. L'importante è
farlo in maniera intelligente. Il reality è un tipo di gioco
sulla verità poco intelligente. Non fa paura. Una critica
scrisse dello spettacolo che si sentì offesa, paragonandolo
proprio a un reality. Diceva "che me ne frega della vita di uno
come te". Ci fu, invece, un'altra giornalista che colse
l'intento un po' più profondo, paragonandolo al tipo di
operazione fatta da Kubrik in Eys Wide Shut. Ovviamente su tutta
un'altra linea, che è autobiografica.
Filo - il protagonista - può esistere al di
là di Filippo Timi?
Secondo me sì. Perché il romanzo è
un'invenzione. Pinocchio è pinocchio, punto. Se avessi chiamato
il personaggio Abele e nessuno avesse saputo che calcava la mia
biografia, allora avrebbe avuto un valore oggettivo? Sì, ma in
fondo è la stessa cosa. Il libro, con il suo personaggio e le
sue situazioni, esistono a prescindere. È chiaro che dentro Don
Chisciotte c'era Cervantes. Ogni scrittore ci mette del proprio,
è inevitabile, altrimenti non sarebbe originale, specifico.
Altrimenti che me ne frega di andare a vedere Carmelo Bene che
fa Amleto piuttosto che Gasmann? Io vado a vedere Carmelo Bene,
che in quel caso fa Amleto. Quello che ho fatto io è innalzare
un personaggio comune, trattandolo come se fosse Amleto. L'ho
interpretato. Perché io, Filippo Timi, sono qualcos'altro. Anzi,
sarebbe interessante vedere il monologo interpretato da qualcun
altro. Sarebbe la cartina di tornasole. Se reggesse anche con
un'altra persona - un bravo attore comunque - allora
teatralmente sarebbe significativo, avrebbe un peso. Per il
libro, però, è tutta un'altra storia. Il Filo del libro già
esiste per i cavoli suoi, non ha bisogno di me che lo
interpreto.
Poi nel romanzo c'è anche un lavoro sull'umbro, che pone il
libro su un piano letterario che va al di là della semplice
operazione autobiografica. C'è una ricerca. Non è il prodotto di
un attore che si improvvisa scrittore. Perché è un lavoro che
faccio anche teatralmente, per come sono abituato a lavorare con
Corsetti. Quando abbiamo lavorato sul "Paradiso perduto" di
Milton, in cui interpretavo Satana, Corsetti chiedeva a tutti
gli attori di improvvisare sul personaggio, anche di inventare
come parla. È un processo molto interessante, perché ti
confronti con Milton. C'è la possibilità di dare un senso ad una
grande storia attraverso la parola parlata. Questo tipo di
lavoro, dopo tanti anni, mi ha messo in condizione di saper
buttare giù di getto le storie. I dialoghi arrivano subito.
Perché me li recito già in testa. Quando scrivo, come quando
recito, so già che la cosa non funziona se il personaggio
"spiega". Deve essere comunicativo, invece. È una sorta di
apprendistato che è avvenuto su un altro piano, quello del
linguaggio vivo anziché scritto. Questo è evidente nel libro.
Non è un linguaggio scritto, ma un flusso parlato.
Il libro è firmato anche da Eduardo Albinati. Come è andata?
Eduardo si è innamorato del materiale che avevo scritto. Da lì
ci siamo messi insieme per creare il personaggio Filo, dargli
una drammaturgia. Quello che è successo è stato un po' un
miracolo.
Lui compare come personaggio nel libro. Ti dice, in questo
materiale cupo mettiamoci degli aspetti gioiosi. In effetti nel
libro il lato cupo è più evidente che sul monologo. È stata una
scelta?
Non lo so. È capitato. Non si poteva mettere in scena tutti i
capitoli, abbiamo fatto una scelta. Io ho sempre paura, a
teatro, di insegnare. Di voler colpire. Invece, avevo voglia di
fare veramente uno spettacolo umano. Tenero. È un po'
l'aggettivo che divide le due operazioni. Forse perché io, di
indole, sono abbastanza scuro. E poi ho già vinto il premio Ubu,
quindi il mio egocentrismo era già appagato, non ho bisogno di
far vedere che so stare in scena. È stato un riconoscimento
importante per me, anche perché non ho frequentato scuole di
teatro. Uno stimolo è venuto dal fatto che sono rimasto
affascinato dai diari segreti di Wittgenstein, dove scrive che
ogni essere umano, prima di avere la protervia di creare
qualcosa di importante per sé e per il mondo, dovrebbe scrivere
i propri segreti, le cose inconfessabili, e darle al mondo. Io,
che amo essere un po' stupido, un po' semplice, pornografico, mi
piace prendere le cose alla lettera. Magari Wittgenstein faceva
un discorso più metafisico. Io invece mi sono messo a scrivere
con questa attitudine immediata, concreta. Che è una cosa
proprio sana. C'è una semplicità del gesto. Un gesto parla
chiaro, nel bene e nel male. Ma è qualcosa che dobbiamo
reimparare. Perché in giro c'è tanta paura. Con il monologo
volevo proprio dare questo messaggio, basta aver paura, anch'io
ho paura, d'amare e ancora di più di essere amato, però basta!
Altrimenti prima o poi si scoppia. E l'amore che resta troppo
dentro il corpo diventa veleno. Il libro è proprio amore che era
dentro al corpo e che dovevo tirare fuori. Era rimasto lì per
tanti motivi, anche contingenti, come la balbuzie, o il fatto
che non ci vedo bene. Per i miei casini. Doveva uscire.
E poi è anche bello farsi maschera di questo bisogno di dire la
verità. È un bisogno totalmente personale, ma un'esigenza di
tutti. È da bastardi comprendere anche le altre persone della
mia vita, metterle in mostra; ma il fatto è che io sono tutti,
sono anche mia madre, mio zio, mia zia, le persone che ho
conosciuto… sono un po' di tutti loro. Ma questo vale anche per
te. Se ti guardo non vedo solo te. Se sto al bar non vedo solo
il bar. Tutto è più grande. È un possibile spunto per. Tutto è
un po' simbolico pur essendo concreto. E tutto è squallido. Ma
comunque tutto è di più. Sono un affamato di vita. Non posso
permettermi di non vedere il miracolo e di lasciarlo andare.
Cosa ti ha cambiato, come attore, lavorare sulla tua
maschera?
È strano. Se interpreti qualcuno e ti dicono "sei bravo", è un
conto. Ma qui è come se mi dicessero "sei bravo a far te
stesso", che è assurdo. Quello che ho capito è che la verità ha
molte sfumature. Non si può fingere per interpretare, perché sei
morto. Se non ti metti in gioco è la fine. Sei come la maggior
parte degli attori. Se invece vibri, fai risuonare dentro di te
le domande di quel personaggio, allora può esserci una vera
comunicazione con chi ti sta a guardare. Sono discorsi che io
faccio in modo semplice, ma ci sono filosofi contemporanei come
Gilles Deleuze, Jean-Luc Nancy e Giorgio Agamben hanno
affrontato in profondità. Lo stesso vale per Grotowki, lavorava
sul far passare la comunicazione da pancia a pancia, evitando
psicologismi. E questo processo, fatto lavorando sulla tua
maschera, ti fa rendere conto di molte cose, del fatto che sei
tu ma sei anche Amleto. In questo modo elevi il quotidiano
all'epico, al teatralizzabile. Allo stesso tempo tutto ciò che è
elevato, si abbassa, si fa comprensibile. È inutile immaginarsi
Amleto come il gran personaggio del cazzo. È più utile vederlo
da vicino. Amleto cacava, proprio come me. Amleto era
grassottello. In fondo è questo il meccanismo su cui si basa e
funziona il teatro. C'è un uomo attore davanti all'uomo
spettatore. È imprescindibile dalla carne, dal sudore,
dall'odore. È questa la bestialità bella e sana per cui esiste
il teatro. La cosa strana è che con il digitale, così virtuale,
anche le sceneggiature hanno sempre più l'esigenza del corpo,
della bestia, del sudore. Perché da altre parti tutto si rarefà,
diventa imprendibile, virtuale. E poi ho imparato che la poesia
è ovunque. In mio papà che si spreme il limone negli occhi e
piange c'è poesia. Ovviamente nasce anche dal come si raccontano
le cose. Ma sicuramente la bellezza è più vicina di quanto ci si
immagina. Forse mi aiuta il fatto che non ci vedo bene: ne ho
meno paura.
E umanamente?
Che ho una paura fottuta di amare. Eppure solo l'amore può
salvarmi. Evidentemente qualcosa mi si è richiuso. È molto forte
la sensazione di baratro, di abisso. È come se fossi costretto
ad amare e basta, cioè amare l'amore, in generale. La sensazione
che non esiste un essere umano in grado di accogliermi. Perché…
non lo so il perché. Sto ancora tentennado da un voto all'altro.
Io mi muovo spesso a "voti", ne ho fatto uno a 14 anni e l'ho
portato a termine, un altro a 19 e l'ho portato a termine. Da
questo punto di vista sono un "virtuoso", ho una concezione
cristica e santa concreta delle cose. Sto proprio trattenendo il
diavolo per i capelli per non fare il voto che mi verrebbe più
spontaneo fare, e cioè: va bene, mi dono completamente, e allo
stesso tempo mi chiudo la possibilità di innamorarmi, ovvero di
costruire in due un percorso. Sono lì lì per farlo. Sarà anche
che ho trent'anni, ci sono degli orologi biologici… Ho delle
amiche che si sono sposate, altri che hanno preso casa, chi si è
fatta mettere incinta. O mi concedo di diventare completamente
umano, vado in discoteca a rimorchiare la prima tipa che
incontro e poi dopo vado nei boschetti e mi faccio inculare a
bestia… o appartengo a quell'umanità oppure… Ma non voglio. Ed è
una fortuna che non ci riesco. Ma questa attesa di cambiamento è
insostenibile. Poi, certo, ho delle valvole di sfogo che sono
teatrali, però c'è di fondo questa dissociazione con il concreto
della vita che è impossibile.
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