"Tuttalpiù muoio""E lasciamole cadere queste stelle" ultimo libro di Timi

 

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update Filippo Timi Nuovo film per Filippo Timi, la pellicola si intitolerà "Immaturi" e vedrà nel cast anche Luisa Ranieri e Raoul Bova per la regia di Paolo Genovese.

 

Ciao Paolo, ciao Renata, ciao Valentina, ciao Ivana, ciao Cristina…segue...

 

ciak logo «Ciak» premia Filippo Timi come miglior attore italiano dell'anno 2009

 

update Filippo Timi Filippo Timi nel nuovo film di Michele Placido "Il fiore del male" su l'ex capo della banda della Comasina Renato Vallanzasca

 

Filippo Timi pronto a interpretare il cantante Fred Buscaglione nel film omonimo che dovrebbe girare Davide Ferrario. «Sarei felicissimo di poterlo fare, a sei anni già mi vestivo come lui per imitarlo»

 

Racconti Perugini 2009Racconti Perugini con FILIPPO TIMI pienone di gente a Perugia le foto della giornata segue...

 

Nuova galleria fotografica del fotografo di palco Riccardo Piva segue...

 

Nuove foto dei fans!!!!!

 

"Il popolo non ha il pane" gallery...

"Peggio che diventare famoso" gallery...

"E lasciamole cadere queste stelle" gallery...

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"Festival di Cannes 2009" gallery...

Festival di Venezia 2009 e foto set film "La doppia Ora" gallery...

 

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LA MIA STORIA

Timi FilippoCurriculum Vitae

altezza 1,83 occhi verdi capelli neri
lingue inglese buono francese ottimo

Formazione

Laboratorio “il risveglio-appunti per una mitologia contemporanea” – bologna maggio 1997. studia con il maestro bruno de franceschi sulla voce, flautofonia e canto armonico; con julie stanzack (p. bausch), i sosta palmizi e raffaella giordano per il lavoro sul corpo e il teatro danza; con danio manfredini, davide enia, pieraccini per il teatro e con renata molinari e mariangela gualtieri per la scrittura teatrale. lavora al crt di pontedera con dario marconcini in “paolo di tarso; con cesare ronconi del teatro valdoca in “fuoco centrale”; con robert wilson in “g.a. story” e partecipa allo studio preparatorio condotto da pippo del bono per lo spettacolo “la rabbia”.

Teatro

2009 ''Il popolo non ha il pane? Diamogli le brioche'' regia Filippo Timi
2005 “il colore bianco” regia: g. b. corsetti torinodanza per le olimpidi della cultura
2005 “la vita bestia” regia: g. b. corsetti
2005 “argonauti” regia: g. b. corsetti
2005 “i cosmonauti russi” regia: l. pelli concerto-spettacolo con musiche di battista lena
2004 “metafisico cabaret” regia: g. b. corsetti
2004 “paradiso” regia: g. b. corsetti
2003 “la morte di danton” regia: a. popowski.
2002 “nella solitudine dei campi di cotone” regia: a. milenin
2002 “le metamorfosi” regia: g. b. corsetti
2001 “il woyzeck” regia: g. b. corsetti
2001 “il gabbiano” regia a. milenin
2000 “il graal” regia: g. b. corsetti
1999 “f. di o.”
1998 “notte” regia: g. b. corsetti
1998 “il processo” regia: g. b. corsetti
1996 “la nascita della tragedia - un notturno” regia: g. b. corsetti
“est” regia: p. rota
“sogno di una notte di mezza estate” regia: e. de capitani
“polaroid molto esplicite” regia: e. de capitani

Cinema

2009 DOPPIA ORA regia di G. Capotondi
2009 VINCERE regia di M. Bellocchio
2008 COME DIO COMANDA regia di G. Salvatores
2008 I DEMONI DI SAN PIETROBURGO regia Giuliano Montaldo
2007 SIGNORINA EFFE regia di Wilma Labate
2007 L'Eredità di Caino regia di S. Montresor e L. Acito
2007 Saturno contro regia F. Ozpetek
2007 In memoria di me regia S. Costanzo
2006 Homo omini lupus (corto) regia M. Rovere
2001 Onde regia F. Fei
2000 Aprimi il cuore regia G. Colagrande
1998 In principio erano le mutande regia A. Negri
dal 1998 collabora con Tonino de Bernardi in qualità di attore e sceneggiatore per i film “Rosatigre”, “Fare la vita”, “Marlene de Susa”, “Appassionate”.
2004 “o mae si tu me vedesse ‘l core” (videopoesia)
2003 “the age of consent” (dirige ed interpreta) in collaborazione con Federica Santoro
2000 2° premio del festival di bellaria con il cortometraggio “atomiques les trois portes”
1999 “medea” in collaborazione con Federica Santoro

Varie

2008 PEGGIO CHE DIVENTARE FAMOSO ediz. Garzanti
2007 E LASCIAMOLE CADERE QUESTE STELLE di Filippo Timi edito nel 2007 ediz. Fandango.
2005 TUTTALPIU'MUOIO libro edito da Fandango libri, scritto a quattro mani con Edoardo Albinati
2004 vince il premio ubu quale migliore attore dell’anno under 30
nel 2002 è invitato all’università la sapienza quale nuovo esponente della poesia contemporanea italiana, dopo aver vinto alcuni concorsi di poesia.

Premi

2009 Nomination all'EFA (oscar europeo del cinema) come miglior attore maschile nel film Vincere di Marco Bellocchio
2008 Premio Linea d’Ombra a Filippo Timi per “Signorina Effe” di Wilma Labate
2007 Premio FICE (Federazione Italiana Cinema d’Essai) come miglior interprete d’essai
2005 Premio della critica teatrale dell’ANCT (Associazione Nazionale Critici di Teatro)
2004 Premio UBU come miglior attore under 30

FILIPPO TIMI, RE A TEATRO
Scritto da Roberto Papi
Wednesday, 08 April 2009

Ritorno sul palcoscenico per il poliedrico Filippo Timi. Il giovane attore ormai affermato torna al suo ambiente ideale, quella scatola teatrale che lo ha visto crescere e maturare, grazie ad un ottimo percorso formativo.
Nuovamente nelle vesti di un Re, nuovamente perché ricordo con piacere uno spettacolo dei suoi esordi nella città natale, Perugia: anche li indossava regali vesti nel Gatto con gli stivali. In Il popolo non ha il pane? Diamogli le brioche, Timi viene affiancato da Stefania De Santis, e sul palco vediamo Lucia Mascino, Luca Pignagnoli, Marina Rocco e Paola Fresa. La sua calda voce, nel buio della sala da fuori campo, ci introduce lo spettacolo che ci porta "...nella luce dell'abisso" dove troviamo "...quelli biondi dentro".


Una piece che si ispira all'Amleto di Shakespeare, ma in cui l'ironico e folle qui diviene Re, o meglio si sente Re: lui gioca, si diverte e si dispera, tra potere, oblio, frivolezza e pazzia. "Un poveraccio quando esce fuori di testa si sente RE, un RE quando impazzisce che cosa si può mai immaginare di essere? Un ragazzino viziato... che probabilmente se avesse mai sbirciato nella camera dei genitori, li avrebbe trovati a fare le orge con le fattucchiere di corte e i soldati in divisa... un ragazzino viziato che d'improvviso si sveglia nella notte... inizia a ridere e demolire il mondo... esasperando i meccanismi di potere, desiderio... e brama.... che regolano la natura violenta dell'uomo".

In questa alternanza di sfaccettature Timi si diverte, e ci diverte, regalandoci degli ottimi momenti, catturandoci con tutte le sue molteplici e notevoli capacità artistiche. Il suo trasformismo spazia tra momenti danzanti, canori, ironici e di drammatica intensità. I comprimari che gli girano attorno, sembrano quasi comparse che onorano la figura del Re, e infatti dalla platea rimaniamo quasi sempre a fissare la sua immagine da protagonista assoluto della scena. La regia forse centra troppo su di lui: che è, certo il perno della scrittura, ma lascia poco spazio alle altre figure.

Con lo spettacolo precedente La vita Bestia, Timi, ci aveva portato in un mondo tutto suo: il monologo era incentrato sulle sue esperienze di vita passata, tutta al personale. E l'intensità dello spettacolo sprigionava passione in ogni movimento e ricordo. Qui in sostanza. lo spettacolo nella sua globalità risulta troppo accentratore sulla figura del protagonista.

Una nota di perplessità la vorrei dedicare all'allestimento scenografico, di sicuro economico, ma che risulta troppo essenziale, quasi scolastico. A parte ciò è sempre un piacere vedere la figura di Filippo solcare le tavole del palcoscenico, guardarlo e stare bene, e come disse Amleto ad Ofelia "guardati in me... come fai a non ridere di te?".

Filippo Timi si è recato per un mese negli Stati Uniti, a New York, Miami...

di Ferruccio Timi www.filippotimi.com

E' partito sabato mattina scorso con un volo dall' aeroporto di Milano Malpensa destinazione New York, un viaggio in America per importanti impegni professionali che durerà un mese.
La notizia era circolata tramite stampa oramai da alcuni giorni, dopo che un giornale quotidiano nell'intervistare Filippo Timi attore e scrittore, aveva rivelato in anteprima che l'attore protagonista degli ultimi film di successo di Ferzan Ozpetek "Saturno Contro"(R&C/Medusa film) e di Saverio Costanzo "In memoria di me"(Off-Side/Medusa film) sarebbe stato in procinto di partire per impegni di lavoro negli Stati Uniti, ed infatti nella stessa intervista "Filo" (Filippo Timi) si dichiarava sinceramente elettrizzato ed eccitato per l'imminente entusiasmante partenza negli U.S.A.
Anche noi dello staff di www.filippotimi.com lo abbiamo salutato da amici in vista di questa lunga e lontana esperienza americana e lui sempre con grande simpatia e spontaneità, ci ha riferito alcune brevi notizie e curiosità che vogliamo far conoscere e riferire a tutti i numerosi affezionati visitatori del sito ed a tutti "quelli del forum", curiosi ancor di più di sapere notizie e pensieri del nostro grande artista poliedrico personaggio.

web staff: Allora caro Filippo ti salutiamo e ti auguriamo una bella e proficua vacanza lavoro negli Stati Uniti d'America...sei davvero molto teso dall'attesa di prendere questo volo?

Filippo Timi: "Si, come dicevo nell'intervista ad un giornale, oltre al libro che uscirà a breve e ai due film di prossima uscita nei cinema, sono davvero elettrizzato per la mia partenza per New York in programma fra poche ore...ero già stato negli States qualche giorno a Pasqua di quest'anno, ed ora andrò in America a scrivere un musical che desidero ambientare in Umbria.
Mi fermerò un mese, sono davvero molto eccitato, speriamo che vada tutto bene, farò tappa un paio di giorni a Toronto in Canada dove nel corso di una serata verrà proiettato il film "In memoria di me", starò molti giorni anche a Miami dove ho altri impegni professionali e mi attende un'agenzia fotografica per un servizio fotografico davvero speciale, chissà se incontro la stilista Donatella Versace...".
Visiterò altre grandi città come Dallas, Boston, San Francisco e Los Angeles, sarà molto importante prendere confidenza con una realtà sociale differente e parlare per un mese intero la lingua inglese.
Tornerò in Italia in tempo per onorare un invito e partecipare insieme alla celebre brava e bella presentatrice Daria Bignardi ad un importante convegno a Milano il 9 ottobre organizzato dal noto sociologo Prof. Domenico De Masi e riservato per i manager di Ibm Italia dove si parlerà... indovinate di cosa? di Diversity Management, una cosa nuova per me, pensate un po' io che non ci comprendo nulla di computer, parlerò di fronte ad una platea così esperta, non vedo l'ora di rivedere e salutare la grande Daria, donna che io adoro, insomma...quel pomeriggio sarò presente a Milano".

web staff: Nel forum del tuo sito, tra le centinaia di iscritti si è scatenata la grande curiosità per quella cena in pizzeria tutti insieme, con te naturalmente presente, alla quale avevi accennato in una tua lettera ormai famosa e letta da migliaia di fans ammiratori e ammiratrici, cosa ci puoi dire in merito?

Filippo Timi: "L'idea della "pizzata"estiva in web-compagnia era sincera e reale come d'altronde è il mio carattere e chi mi conosce lo sa bene: timido si, ma una persona semplice, un' uomo affidabile.
Si doveva svolgere, tant' è vero che tramite mio cugino p.r. di locali, avevamo contattato un locale grande ristorante di amici situato a Perugia ed avremmo dovuto stabilire nel forum la data definitiva della "serata con Filo"...soltanto che purtroppo proprio nel mese di luglio, improvvisamente la mia famiglia, la nostra famiglia Timi ha avuto un triste lutto in quanto è venuta a mancare la mia cara nonna paterna Giuseppa, che era poi anche la nonna di mio cugino Ferruccio che è tra i promotori di questo sito ufficiale dedicato a me. In quei momenti di tristezza nel nostro cuore, nel nostro animo, abbiamo preferito rimanere in silenzio, moralmente non c'erano più le condizioni per organizzare un'allegra serata, rivolgendomi a tutti, credo che comprenderete, mi è dispiaciuto, ma non abbiamo potuto fare quell'incontro, magari in futuro...
Poi verso fine luglio ho avuto tantissimo da fare, in quanto come certamente saprete ho traslocato
le cose dalla mia abitazione di Roma a quella di Milano e quindi in agosto ho riservato le mie energie nella scrittura dei capitoli finali del mio nuovo libro: è questa la mia prossima grande sorpresa!
il titolo del libro (Fandango libri) non posso ancora rivelarlo, rivelo solo che il libro parlerà al femminile di un pianeta lontano: le donne, vedo le donne come giardini che non riescono a fiorire appieno, cancelli arrugginiti custodiscono le loro anime, dai loro occhi sgorgano lacrime e lacrime...se solo potessero parlare quegli occhi... ancora pochi giorni d'attesa e lo saprete".

web staff: Grazie della chiara ed esaudiente conversazione, ciao "Filo", a presto, buon viaggio, l'aereo sta per partire, adesso ti salutiamo anche a nome degli amici del forum e di tutti quelli e quelle che vorrebbero dirti: Ciao Filo!!!

Filippo Timi:"Un grande saluto con il Cuore a tutti, permettetemi di salutare le mie due nipotine gemelline Arianna e Chiara Grazie per le infinite email che mi inviate...Baci...Baci...immensi e affettuosi Baci a tutti Voi!"

Milano, 8/09/07
articolo realizzato da Ferruccio Timi

L’autore racconta di sé, della vita, del teatro e dei suoi progetti.

di Alice Calabresi

Decido, dopo aver visto il suo spettacolo La Vita Bestia al Teatro India di Roma, di andare a intervistare Filippo Timi, autore e attore del testo, ma anche poeta e scrittore (ha interpretato le sue poesie in vari Slam Poetry e pubblicherà presto un romanzo con Fandango). La critica lo ha già segnalato per la forte carica comunicativa, la scioltezza nell’uso del corpo, la sensibilità ritmica e, più in generale, per la sua presenza scenica in ruoli anche molto forti, sia in teatro (dove ha lavorato, tra l'altro, col Teatro della Valdoca e con Barberio Corsetti) che al cinema, tant’è che a 31 anni ha già vinto il Premio Ubu come “miglior attore under 30” nel 2004 e il Premio della Critica Teatrale 2003-2004.
La Vita Bestia è uno spettacolo piuttosto forte, intenso, poetico, sentito fino in fondo, anche perché racconta proprio della sua vita, della sua famiglia, del suo piccolo paese umbro: i compagni di scuola, le prime esperienze d’amore e di sesso e le prime delusioni. Una normalità elevata ad arte nel suo raccontarsi con ironia e mettersi in gioco completamente.
Conoscerlo di persona mi ha confermato la sua generosità; mi ha colpito il suo stupore infantile e insieme “filosofico” di fronte al mondo, alle persone, perfino rivolto alle stesse parole che pronuncia. Sembra proprio che quello che ha vissuto gli abbia scavato un’umanità profonda, che è poi quella che fa la differenza nel recitare. Laura Betti, grande attrice e cantante scomparsa di recente, diceva che per lei recitare era esistere. Come hanno detto anche altri “grandi”, la differenza tra essere e recitare non esiste, nel senso che la fatica è proprio essere e non imitare. Filippo Timi, tanto più perché ne La Vita Bestia mette in scena la sua vita, esprime una “verità” profonda e vederlo fare teatro sembra quasi un’espressione naturale del suo corpo…

Com’è che fai teatro? E quando è avvenuto quest’incontro?
Molto casuale, ho accompagnato un amico a un’audizione per il centro Grotowski di Pontedera e hanno scelto me. Ho accettato di far teatro perché mi pagavano, per andar via da casa, se mi avessero detto che c’era da imbiancare, l’avrei fatto. È diventata una scelta un po’ dopo, quando ho capito che si potevano dire delle cose, ma a teatro è molto raro riuscirci.

Fai cinema, poesia, teatro, ti pare questa una forma di comunicazione privilegiata?
Assolutamente si, è straordinaria, perché è l’unica arte in cui si è a tu per tu, proprio; tu (nel migliore dei casi artista) stai davanti all’uomo, quindi è molto più forte che il cinema, che la poesia. Puoi creare uno spazio, immergerti, tu attore, in uno spazio, è tutto più grande… è qualcos’altro. La poesia invece è fantastica, perché te la porti a casa, il cinema è meraviglioso, perché tra le forme artistiche e comunicative è quella supercomplessa.

Ma tu preferisci esprimerti con il teatro?
Non proprio… è quello che finora mi fa mangiare, mi fa lavorare, esaudisce, visto che ho una vita privata da suora di clausura, (sto molto per conto mio, pochissimi amici, pochissime fidanzate), una certa spinta erotica, perché sono molto erotico, cioè, ho un corpo che veramente mi autoesprime: desideri, fame, voglia e mi faccio queste orge plateali… per me fare uno spettacolo è molto sessuale, nel senso alto, del rito, è amare, far l’amore.

Proprio nel comunicato che hai scritto per lo spettacolo parli di amore tra un uomo e una donna, mentre in passato hai parlato dell’amore in senso lato: uomini, donne… in che senso?
Sono passati messaggi che sono percorsi della mia vita, figurati a 17 anni facevo il ragazzo-cubo in discoteca, proprio uahh.. l’apertura totale. Invece in questo spettacolo sto riprendendo la maschilità dei sentimenti che non significa per forza un’ etero-sessualità. Ora le donne sono complesse, sono semi-perfette di loro, difficilissimo poi affrontarle; gli uomini invece sono molto pigri e secondo me devono rimettersi i pantaloni, riappropriarsi delle proprie fragilità, ma al maschile.

Bisogna che si rimodellino dei ruoli nuovi, siamo in una fase di ricerca...
Bisogna sbrigarsi, io ho 30 anni, oh! No?..

La danza e l’acrobatica quanto sono importanti nel teatro?
Sono fondamentali. Non si parla solo con le corde vocali, ma con tutto il corpo. Io faccio acrobazie con l’anima e mi da un piacere enorme farle anche col fisico, è come essere più totali nel fare l’amore, ballare e avere la maestria di fare un salto mortale, fare l’amore e riuscire a toccare un sentimento articolato è... è bello, apre una possibilità. Non mi interessa vedere un salto mortale puro che non dice un cavolo, è più interessante far fare i salti mortali all’anima.

Com’è nato lo spettacolo?
Perché uno scrittore, Edoardo Albinati, che sarà coautore del romanzo, casualmente, sbirciando tra i miei file, ha letto delle cose che avevo scritto sulla mia famiglia e mi ha detto: "ci sono molti diamanti in questa miniera!" Sai come Radiguet ha scritto Il Diavolo in corpo? Era amante di Jean Cocteau ed è stato rinchiuso da lui per tre mesi, in un albergo sul mare; per fortuna io e Albinati non siamo amanti, siamo amici; mi ha detto : "se vuoi scrivere il tuo primo romanzo lo devi fare entro i 30 anni". Insomma mi ha un po’ costretto. (Timi pubblicherà prossimamente il suo romanzo con Fandango n.d.r.)

In un film che hai fatto, Rosatigre, avevi più ruoli: eri coautore della sceneggiatura, hai collaborato alle musiche, ai costumi. In questo spettacolo quanto c’è di tuo rispetto alla regia di Giorgio Barberio Corsetti?
In questo, molto, ma Giorgio è stato fondamentale, ha un occhio esterno, compositivo, straordinario, con lui basta una mezza parola, riesco a dirigermi dove lui sente, è una collaborazione.

Trovo la scelta delle musiche molto sofisticata.
Si, sembra banale, ma è importante riuscire a mettere Claudio Baglioni, senza svaccarlo, prenderlo in giro.

Infatti quando c’è la sua canzone dici veramente “vai claudio!”
Ma certo, perché a 16 anni, Baglioni è vero. Perché dovremmo autoingannarci e ingannare il pubblico? Se ci immaginiamo Shakespeare, non credo che scriveva cazzate. Allora perché io devo, solo per avere un’idea nuova, autoilludermi di dare un messaggio che non sento mio. Non tutti possono fare Amleto, Carmelo Bene lo poteva fare e l’ha fatto, come non tutti potevano scrivere Amleto, infatti c’è riuscito Shakespeare, come ci sono riusciti anche Cechov (ne Il gabbiano Konstantin Gavrilovic è Amleto), Bernard-Marie Koltès che ne La nuit just avant le fôrets ha scritto, tra virgolette, un suo Amleto e così anche Heiner Müller. Altri scrittori non potevano scriverlo e la stessa cosa alcuni attori non lo potranno mai fare.

Bisogna avere l’onestà dei propri limiti?
L’onestà di capire di che natura sei, perché magari puoi fare altre cose e poi se sei vero con te stesso puoi arrivare a fare Amleto. Molti attori non si pongono delle domande vere, esistenziali; si domandano come fare, come riuscire a essere… il signor Petrolini fece un Amleto, farsesco straordinario, che Carmelo Bene riprese assolutamente. Molti attori vogliono essere intellettuali, invece bisogna essere originali, ma in un senso: se stessi.

Come hai lavorato come attore sul testo, con le improvvisazioni?
In questo caso fino a un certo punto, il testo esisteva già, è come dirlo che mancava. Il lavoro sulle improvvisazioni per creare il personaggio è come ha fatto Brunelleschi quando ha costruito la cupola grande: fai un pezzettino di cupola poi ti fermi, fai il piano per fare quello dopo, autoportante. Come incipit butto giù delle frasi che mi danno un’idea del personaggio poi da quel personaggio improvviso sul testo e vado avanti.

Questo in generale, mentre in questo caso?
Ho provato ad innalzare la mia famiglia al livello poetico, ecco: Gertrude è mia mamma. Se avessi fatto Amleto, nel personaggio di Gertrude ci avrei messo lo sguardo di mia mamma. In questo caso ho fatto l’operazione contraria, ho preso Gertrude e l’ho vestita da mia mamma. Il risultato è qualcosa che appartiene al mondo, non più a me, cioè quell’inferno di donna non è più mia mamma, è qualcos’altro, anche perché semplicemente mia mamma non sarebbe così interessante, in senso bello, come chiunque.

La tua interpretazione si può definire tutto il contrario di aulica e anzi molto ironica. Cosa pensi dell’ironia nel teatro?
Aristotele definisce l’uomo: un animale che ride, il maggior pathos è ironico. Il dramma a me piace molto come se lo figura Shakespeare; Florenskij, filosofo russo, diceva che Amleto è un personaggio drammatico, perché ha una fine inellutabile, non potrà che finir male. Il sorridere è soltanto uno sguardo più cosciente, è chiaramente un sorriso amaro, un sorriso che si piange, un sorriso cinico, malefico, arrabbiato. E’ molto umano il sorriso, quindi se devo interpretare un personaggio umano, non posso che sorriderlo, non tutti i personaggi sono umani.

Qual è un personaggio disumano?
Anche Konstantin Gavrilovic de Il gabbiano; la sua finalità è il teatro e non l’umanità. Sempre ne Il gabbiano Medvenko è molto umano, Kostantin e Arkadima invece sono il teatro.

Il teatro non è umanità?
Non sempre, specialmente in Cechov, ci sono moltissimi personaggi che riferiscono le loro emozioni, le loro parole, i loro movimenti proprio al teatro, all’arte, a quell’altro mondo, inteso quasi come arte, come il “miracolo”. Quando ho lavorato a Il gabbiano con Antonin Milenin, regista russo molto bravo, era straordinario, perché in realtà nel dramma non c’è nulla di psicologico.

Konstantin ne Il gabbiano non ha un malessere esistenziale?
Non c’entra nulla il malessere, non esiste malessere nel “miracolo”, i russi sono straordinari, perché hanno una visione totalmente altra da noi, hanno un senso spirituale molto alto; anche Stanislavskij non parla tanto di psicologia, qua però si apre un capitolo a parte sull’attore creativo, lasciamo stare.

C’è una ricerca di una tua “verità” nel teatro?
Si, una verità stellare; sto per fondare una mia filosofia teatrale che è teatro-magia, cioè è importante e raro arrivare a parlare della parte stellare dell’essere umano.

Che intendi?
Mi sono accorto che nell’essere umano esiste una parte cosmica che io chiamo stellare; questo mi venne in mente quando facevo Il Paradiso con Giorgio Barberio Corsetti in cui mi ero ripromesso di non recitare al pubblico, ma alle stelle, attraverso il pubblico, proprio come i bimbi... questo dava… figurati… son segreti, però adesso mi accorgo che è vero, non si può amare in maniera piccola un essere umano…

Il tuo è uno spettacolo molto denso di sentimento. Pensi che si sia persa nel teatro la dimensione del sentimento a favore di un teatro piuttosto intellettuale?
Si, chiaramente. Io voglio vedere in scena le tigri, attori-tigri, mostri-animali, anche animali mostruosi per umanità, apparentemente imprevedibili.

C’è uno scollamento tra attore e spettatore?
Si, perché abbiam paura, di tutto…

Chi ti piace nel teatro di oggi?
Carmelo Bene, o meglio, mi piace la Societas Raffaello Sanzio, Danio Manfredini, però se devo essere puro Carmelo Bene e basta.

Cosa vorrai fare col teatro e non solo?
Una trilogia, ci saranno altri due spettacoli, non solo monologhi, ma ancora non so, sto scrivendo. Cerco di esprimere ciò che sento, la filosofia è molto importante per me, soprattutto quella contemporanea; sono un amante di Jean-Luc Nancy, Gille Deleuze, Paul Virilio, la sua Estetica della sparizione è straordinaria. Non mi vieto nessuna strada, dal fare un libro di fumetti, so disegnare o non so disegnare: è uguale, imparo, oppure mi metto a fare arazzi, mi faccio un telaio gigante e ci lavoro per un anno; per fortuna sto smettendo di lavorare solo per mangiare.

Cos’è teatro?
Per me è teatro quando mi arriva qualcosa; il primo spettacolo che ho visto della Societas Raffaello Sanzio era Amleto, sono uscito sconvolto, era straordinario: il personaggio dello spettacolo era totalmente chiuso al pubblico, perché giocava sull’autismo, però questo non toglieva una comunicazione… io se vedo un pensiero, percepisco una cosa, se mi piace, è teatro.

Alice Calabresi 20/11/2005 tratto dal sito www.amnesiavivace.com


Incontro con: FILIPPO TIMI di Marcello Manuali Perugia, Teatro Morlacchi, 29 gennaio 2002

Nel Woyzeck c’è una frase del Capitano che fotografa molto bene il personaggio di Woyzeck: «Lei corre per il mondo come un rasoio aperto». Ecco, anche in questo spettacolo Timi corre molto... Sì, questo è uno spettacolo molto faticoso, molto fisico, tutto è molto veloce, anche perché la drammaturgia è costituita da brandelli di scene: Woyzeck è l’ultima opera che Büchner ha scritto, quando era febbricitante, ed è morto prima di completarla. Noi abbiamo solo frammenti di scene senza un ordine stabilito dall’autore. Questa è una versione che il regista Giorgio Barberio Corsetti ha interpretato, scegliendo la composizione, il susseguirsi delle varie scene. Tutto è molto veloce, tutto è molto improvviso, come una folgorazione, ogni scena, vuum vuum vuum, è abbastanza imprendibile. Si corre molto, il fisico corre, la mente corre, le emozioni corrono. E’ una bella prova d’attore. E’ un personaggio impostato molto anche da un punto di vista fisico, atletico, dinamico. Non solo corre, sfrutta molto le altezze, i movimenti, si fa trasportare... E’ un po’ una prerogativa del teatro di Barberio Corsetti il fatto che le emozioni, il testo, la parola debbano passare necessariamente attraverso il corpo, manifestarsi attraverso il corpo. Il delirio anche, lo squilibrio. Tutto è molto fisico, è molto concreto e reale; è molto poco borghese, grezzo, ma nel senso di elementare, basilare. Gli elementi fisici della scenografia, infatti, sono l’acqua pura, il vento, il ferro, il nero: elementi assoluti. E’ una cosa che avevo notato, questo uso di materiali molto concreti e primitivi, quasi fossero dei materiali base... Assolutamente. Ma proprio perché il testo drammaturgico è reso all’osso. Sono scheletri, le parole sono coltelli. Tutto è molto semplice, apparentemente. Ma, come dice Woyzeck, «c’è la doppia natura»: una cosa è insieme quella cosa e un’altra cosa. Tra questi due significanti, alla fine, si apre una voragine, una contraddizione, un abisso, una zona che è ignota che si apre verso l’emotività, il nero, il tradimento, Dio, l’omicidio, la follia. Woyzeck è un personaggio che estremizza alcuni aspetti che esistono nell’essere umano, che appartengono a tutti. A tratti mi è sembrato che questo marcare così fortemente l’aspetto dinamico del personaggio ne offuscasse un po’ lo sguardo interiore, quello dei sentimenti; come se fosse, a tratti, più pupazzo, più marionetta che uomo... Anche qui c’è un diverbio da esplorare. L’essere umano di Woyzeck è un essere umano molto particolare, perché è un uomo, ma è un uomo che vacilla in sé stesso e con sé stesso: è un pazzo, uno che crede concrete alcune cose che effettivamente non lo sono, o che forse sono concrete ma che gli altri personaggi non riescono a cogliere. E’ un personaggio semplice, puro: è stata una scelta registica quella di spingere sempre più le emozioni, l’emotività, i sentimenti verso il fuori, al di fuori; è come se il lavoro di attore dovesse essere, più che interiorizzare e incupire gli stati d’animo, quello di tirarli fuori, di stare in scena essenzialmente senza pelle, con i sentimenti allo stato brado. Woyzeck è un pupazzo, sì, ma di sé stesso. E’ lui che è trasportato dalle proprie emozioni, dai propri impulsi. Manca dei filtri sociali, morali, fisici: questa cosa non si può fare, neanche questa, questa no, perché Dio, perché la morale ha detto questo... Invece Woyzeck fa quello che si sente. E’ natura pura, quindi... Assolutamente: Woyzeck è un cavallo, è un cane, è un animale puro. Ed è un buon gioco per l’attore perché, comunque, tutto quanto è una partitura molto ferrea; perché le scene sono così brevi e le parole sono quelle. Allora è tutto stabilito. Ci sono molti macchinari in scena: se i movimenti, i gesti non fossero quelli sarebbe pericolosissimo. E’ il riuscire a giocare, appunto, sul rendere imprevedibile una prevedibilità.


La vita è una bestia.

di Graziano Graziani - 07 aprile 2006

Filippo Timi è uno dei migliori attori di teatro in Italia, nome di punta della compagnia di Giorgio Barberio Corsetti. In un periodo in cui mettere in piazza i propri panni - o almeno simularlo - è diventato un clichè televisivo, ha scelto di fare un'operazione autobiografica che recupera la poesia dell'individuo, del quotidiano. Facendo leva sui propri difetti e trasformandoli in virtù. Il risultato è un libro, "Tuttalpiù muoio" [Fandango] scritto con Edoardo Albinati, e il monologo "La vita bestia", tutti e due di grande successo. Filippo ci ha raccontato come è nata questa avventura.

Come ti sei rapportato con la scrittura?
Scrivo da tanti anni, in realtà. Non lo sa nessuno, ma ho scritto una sceneggiatura e vinto concorsi di poesia nazionali e internazionali, con poesie in italiano e in umbro. Anche negli spettacoli di Corsetti, in molti casi mi è capitato di scrivere alcune mie parti. Scrivo fin da piccolo, soprattutto poesia. Poi con il primo portatile che mi sono comprato, ho cominciato a scrivere brandelli, pensieri, soprattutto sfoghi. Ma concentrare i propri sfoghi nella struttura di un romanzo è ancora più interessante, ti costringe ad affrontare quello che prima mettevi su carta per buttarlo via. Invece, per creare il romanzo sono stato costretto ad affrontarlo di nuovo. Doppiamente doloroso.

Oggi il "reality" è un paradigma non solo televisivo, ma anche dei rapporti umani, basati sulla massima esposizione del privato ma il minimo di condivisione intima. La tua operazione autobiografica dove va?
L'attenzione che c'è attorno a questo romanzo, credo sia dovuta al fatto che si percepisce che c'è una base di verità. E anche nello spettacolo. È chiaro che si tratta anche di un gioco, perché sono consenziente al dolore che mi provoco. Sono vittima e carnefice. Ma la cosa che più attira è questa base di verità. Poi sono uno che ha fatto dei propri difetti virtù. E quindi il riscontro più forte è sulla sincerità. È una cosa che fa paura. Soprattutto a me. Anche a causa di una sorta di etica personale che non mi permette di dire bugie. Non ce la faccio. E poi, è molto più interessante giocare con la verità. L'importante è farlo in maniera intelligente. Il reality è un tipo di gioco sulla verità poco intelligente. Non fa paura. Una critica scrisse dello spettacolo che si sentì offesa, paragonandolo proprio a un reality. Diceva "che me ne frega della vita di uno come te". Ci fu, invece, un'altra giornalista che colse l'intento un po' più profondo, paragonandolo al tipo di operazione fatta da Kubrik in Eys Wide Shut. Ovviamente su tutta un'altra linea, che è autobiografica.

Filo - il protagonista - può esistere al di là di Filippo Timi?
Secondo me sì. Perché il romanzo è un'invenzione. Pinocchio è pinocchio, punto. Se avessi chiamato il personaggio Abele e nessuno avesse saputo che calcava la mia biografia, allora avrebbe avuto un valore oggettivo? Sì, ma in fondo è la stessa cosa. Il libro, con il suo personaggio e le sue situazioni, esistono a prescindere. È chiaro che dentro Don Chisciotte c'era Cervantes. Ogni scrittore ci mette del proprio, è inevitabile, altrimenti non sarebbe originale, specifico. Altrimenti che me ne frega di andare a vedere Carmelo Bene che fa Amleto piuttosto che Gasmann? Io vado a vedere Carmelo Bene, che in quel caso fa Amleto. Quello che ho fatto io è innalzare un personaggio comune, trattandolo come se fosse Amleto. L'ho interpretato. Perché io, Filippo Timi, sono qualcos'altro. Anzi, sarebbe interessante vedere il monologo interpretato da qualcun altro. Sarebbe la cartina di tornasole. Se reggesse anche con un'altra persona - un bravo attore comunque - allora teatralmente sarebbe significativo, avrebbe un peso. Per il libro, però, è tutta un'altra storia. Il Filo del libro già esiste per i cavoli suoi, non ha bisogno di me che lo interpreto.
Poi nel romanzo c'è anche un lavoro sull'umbro, che pone il libro su un piano letterario che va al di là della semplice operazione autobiografica. C'è una ricerca. Non è il prodotto di un attore che si improvvisa scrittore. Perché è un lavoro che faccio anche teatralmente, per come sono abituato a lavorare con Corsetti. Quando abbiamo lavorato sul "Paradiso perduto" di Milton, in cui interpretavo Satana, Corsetti chiedeva a tutti gli attori di improvvisare sul personaggio, anche di inventare come parla. È un processo molto interessante, perché ti confronti con Milton. C'è la possibilità di dare un senso ad una grande storia attraverso la parola parlata. Questo tipo di lavoro, dopo tanti anni, mi ha messo in condizione di saper buttare giù di getto le storie. I dialoghi arrivano subito. Perché me li recito già in testa. Quando scrivo, come quando recito, so già che la cosa non funziona se il personaggio "spiega". Deve essere comunicativo, invece. È una sorta di apprendistato che è avvenuto su un altro piano, quello del linguaggio vivo anziché scritto. Questo è evidente nel libro. Non è un linguaggio scritto, ma un flusso parlato.

Il libro è firmato anche da Eduardo Albinati. Come è andata?
Eduardo si è innamorato del materiale che avevo scritto. Da lì ci siamo messi insieme per creare il personaggio Filo, dargli una drammaturgia. Quello che è successo è stato un po' un miracolo.

Lui compare come personaggio nel libro. Ti dice, in questo materiale cupo mettiamoci degli aspetti gioiosi. In effetti nel libro il lato cupo è più evidente che sul monologo. È stata una scelta?
Non lo so. È capitato. Non si poteva mettere in scena tutti i capitoli, abbiamo fatto una scelta. Io ho sempre paura, a teatro, di insegnare. Di voler colpire. Invece, avevo voglia di fare veramente uno spettacolo umano. Tenero. È un po' l'aggettivo che divide le due operazioni. Forse perché io, di indole, sono abbastanza scuro. E poi ho già vinto il premio Ubu, quindi il mio egocentrismo era già appagato, non ho bisogno di far vedere che so stare in scena. È stato un riconoscimento importante per me, anche perché non ho frequentato scuole di teatro. Uno stimolo è venuto dal fatto che sono rimasto affascinato dai diari segreti di Wittgenstein, dove scrive che ogni essere umano, prima di avere la protervia di creare qualcosa di importante per sé e per il mondo, dovrebbe scrivere i propri segreti, le cose inconfessabili, e darle al mondo. Io, che amo essere un po' stupido, un po' semplice, pornografico, mi piace prendere le cose alla lettera. Magari Wittgenstein faceva un discorso più metafisico. Io invece mi sono messo a scrivere con questa attitudine immediata, concreta. Che è una cosa proprio sana. C'è una semplicità del gesto. Un gesto parla chiaro, nel bene e nel male. Ma è qualcosa che dobbiamo reimparare. Perché in giro c'è tanta paura. Con il monologo volevo proprio dare questo messaggio, basta aver paura, anch'io ho paura, d'amare e ancora di più di essere amato, però basta! Altrimenti prima o poi si scoppia. E l'amore che resta troppo dentro il corpo diventa veleno. Il libro è proprio amore che era dentro al corpo e che dovevo tirare fuori. Era rimasto lì per tanti motivi, anche contingenti, come la balbuzie, o il fatto che non ci vedo bene. Per i miei casini. Doveva uscire.
E poi è anche bello farsi maschera di questo bisogno di dire la verità. È un bisogno totalmente personale, ma un'esigenza di tutti. È da bastardi comprendere anche le altre persone della mia vita, metterle in mostra; ma il fatto è che io sono tutti, sono anche mia madre, mio zio, mia zia, le persone che ho conosciuto… sono un po' di tutti loro. Ma questo vale anche per te. Se ti guardo non vedo solo te. Se sto al bar non vedo solo il bar. Tutto è più grande. È un possibile spunto per. Tutto è un po' simbolico pur essendo concreto. E tutto è squallido. Ma comunque tutto è di più. Sono un affamato di vita. Non posso permettermi di non vedere il miracolo e di lasciarlo andare.

Cosa ti ha cambiato, come attore, lavorare sulla tua maschera?
È strano. Se interpreti qualcuno e ti dicono "sei bravo", è un conto. Ma qui è come se mi dicessero "sei bravo a far te stesso", che è assurdo. Quello che ho capito è che la verità ha molte sfumature. Non si può fingere per interpretare, perché sei morto. Se non ti metti in gioco è la fine. Sei come la maggior parte degli attori. Se invece vibri, fai risuonare dentro di te le domande di quel personaggio, allora può esserci una vera comunicazione con chi ti sta a guardare. Sono discorsi che io faccio in modo semplice, ma ci sono filosofi contemporanei come Gilles Deleuze, Jean-Luc Nancy e Giorgio Agamben hanno affrontato in profondità. Lo stesso vale per Grotowki, lavorava sul far passare la comunicazione da pancia a pancia, evitando psicologismi. E questo processo, fatto lavorando sulla tua maschera, ti fa rendere conto di molte cose, del fatto che sei tu ma sei anche Amleto. In questo modo elevi il quotidiano all'epico, al teatralizzabile. Allo stesso tempo tutto ciò che è elevato, si abbassa, si fa comprensibile. È inutile immaginarsi Amleto come il gran personaggio del cazzo. È più utile vederlo da vicino. Amleto cacava, proprio come me. Amleto era grassottello. In fondo è questo il meccanismo su cui si basa e funziona il teatro. C'è un uomo attore davanti all'uomo spettatore. È imprescindibile dalla carne, dal sudore, dall'odore. È questa la bestialità bella e sana per cui esiste il teatro. La cosa strana è che con il digitale, così virtuale, anche le sceneggiature hanno sempre più l'esigenza del corpo, della bestia, del sudore. Perché da altre parti tutto si rarefà, diventa imprendibile, virtuale. E poi ho imparato che la poesia è ovunque. In mio papà che si spreme il limone negli occhi e piange c'è poesia. Ovviamente nasce anche dal come si raccontano le cose. Ma sicuramente la bellezza è più vicina di quanto ci si immagina. Forse mi aiuta il fatto che non ci vedo bene: ne ho meno paura.

E umanamente?
Che ho una paura fottuta di amare. Eppure solo l'amore può salvarmi. Evidentemente qualcosa mi si è richiuso. È molto forte la sensazione di baratro, di abisso. È come se fossi costretto ad amare e basta, cioè amare l'amore, in generale. La sensazione che non esiste un essere umano in grado di accogliermi. Perché… non lo so il perché. Sto ancora tentennado da un voto all'altro. Io mi muovo spesso a "voti", ne ho fatto uno a 14 anni e l'ho portato a termine, un altro a 19 e l'ho portato a termine. Da questo punto di vista sono un "virtuoso", ho una concezione cristica e santa concreta delle cose. Sto proprio trattenendo il diavolo per i capelli per non fare il voto che mi verrebbe più spontaneo fare, e cioè: va bene, mi dono completamente, e allo stesso tempo mi chiudo la possibilità di innamorarmi, ovvero di costruire in due un percorso. Sono lì lì per farlo. Sarà anche che ho trent'anni, ci sono degli orologi biologici… Ho delle amiche che si sono sposate, altri che hanno preso casa, chi si è fatta mettere incinta. O mi concedo di diventare completamente umano, vado in discoteca a rimorchiare la prima tipa che incontro e poi dopo vado nei boschetti e mi faccio inculare a bestia… o appartengo a quell'umanità oppure… Ma non voglio. Ed è una fortuna che non ci riesco. Ma questa attesa di cambiamento è insostenibile. Poi, certo, ho delle valvole di sfogo che sono teatrali, però c'è di fondo questa dissociazione con il concreto della vita che è impossibile.


Intervista ad Elio Germano e Filippo Timi

di Alessandro De Simone

I protagonisti di Come Dio Comanda si raccontano a ruota libera. Una coppia tutta nuova per il cinema italiano da tenere d'occhio

Elio, sono rimasto impressionato dalla tua interpretazione. Vorrei sapere da te prima di tutto qualcosa di più sulla costruzione del personaggio Quattroformaggi.
Credo che la scelta fosse quella di non presentare un personaggio che portasse in sé le caratteristiche di un mostro da cui ti apsetti già quello che potrebbe fare, quindi abbiamo lavorato in un’altra direzione. Appena lo vedi il personaggio è tutto tranne quello che poi accadrà.
Non ci siamo preoccupati di raccontare la follia. Abbiamo deciso di fare un racconto libero, di fantasia, che passasse per altre cose, con un rapporto liberatorio. Un personaggio così fa paura, me ne ha fatta e continua a farmela. Ho deciso di affrontarlo prestando il fianco a eventuali critiche, senza guscio, anche perché era nel gioco.

So che sul set hai anche inventato alcuni pezzi dell'incredibile casa di Quattroformaggi...
E.G.: Ho costruito la macchina erotica televisiva con le braccia con la scenografa. Il cinema dovrebbe essere sempre un mestiere piacevole perché puoi collaborare con diversi settori, ma spesso non è così. Invece questa volta c’è stato un rapporto vero, umano, tra le persone e quindi anche una collaborazione che viene raccontata dalla scenografia, dai costumi, dalle cose che si vedono sullo schermo. Anche le pizze erano un modo per me di prepararmi al lavoro, lo stesso presepe, io ero sempre lì insieme a loro.

La fisicità delle vostre interpretazioni è molto importante. Credo che sia stato molto utile per calarvi nei ruoli, ma credo che sia stato anche difficile uscirne…
F.T.: È vero che è stato un film faticoso, ma stai pur sempre facendo un film che ti piace, con un regista che ti piace, se devi stare ore nel fango ci stai. E poi c’è gioia nel farlo, anche nelle difficoltà del set c’era uno spirito d’insieme molto forte, eravamo tutti nella difficoltà, anche i collaboratori. È questo che ha permesso a me ed Elio di essere senza guscio, perché questi non sono personaggi che puoi rappresentare, sono corpi che devono agire, che devono permettersi di essere feriti, c’è una materia più viva della rappresentazione. Se non presti il fianco il gioco non vale la candela. Come approccio attoriale c’è proprio una carica umana. Non esiste un compenso monetario che ti possa ripagare di quei pozzi di sentimenti, emozioni e dolori che i ruoli ti chiedono. Ne parlavamo anche con Niccolò, ti trovi finalmente a dare voce a dei personaggi che non avrebbero avuto una storia se non ci fossero stati uno scrittore ed un regista. C’è un qualcosa che va oltre al baraccone del cinema e delle presentazioni. È un documento umano.

Immagino che sia questo che abbia stimolato la vostra creatività. Elio per esempio ha fatto un dettagliatissimo diario del personaggio. Verrà mai pubblicato?
E.G.: No, ne sono uscite due estratti su Ciak quasi contro la mia volontà. Non mi piace pubblicizzare il lavoro di backstage. Questa è la parte più creativa del nostro mestiere, è la parte che ti rimane, è la dedizione, lo studio di una cosa. Poi la vedi dappertutto, in quello che leggi e in quello che fai. Per me fare un film interpretando il personaggio più bello che mi sia stato offerto sulla carta, con Filippo che stimo moltissimo, con Gabriele, è già stimolante; poi la preparazione ti aiuta a non sragionare troppo, perché traduci in manuale qualcosa che poi ti resta addosso. Così non impazzisci tra i dubbi, ma vivi una cosa che ti rimane e la macchina la coglie involontariamente, prima che tu possa pensare a come dire una battuta.
F.T.: Io non ho fatto tanti film. Normalmente tu hai un campo di inquadratura, quindi sai che il tuo corpo ha un range. In questo caso è impossibile, perché c’era la macchina a trecentossessanta gradi e non sapevi quando e come poteva coglierti. Inoltre Gabriele ci ha sempre fatto fare le scene dall’inizio alla fine. Attorialmente è molto più coinvolgente, anche se estenuante, perché devi essere del tutto nel ruolo e nella situazione, devi togliere il saper far cinema, affidarti al lasciarti cogliere, senza avere il guscio dell’esperienza. E la macchina ti coglie, mi sono visto da angolazioni da cui non mi ero mai visto primo.

Sparisce l’attore…
F.T.: Una delle ipotesi è appunto questa. Che sparisca l’attore e rimanga il personaggio, ma questo non possiamo dirle noi.

Siete due attori bravi e profondamente diversi. Cosa avete imparato l’uno dall’altro da questa sintonia che si è creata?
E.G.: Il nostro lavoro non è come andare in bottega da un falegname e imparare delle tecniche. Noi lavoriamo con il nostro corpo. Io ho lavorato con un attore che appartiene alla mia mitologia, ma non so dire cosa ho imparato. Di certo abbiamo tutti e due un amore profondo per questo lavoro e anche un’ossessione, una dedizione quasi mistica. Ci siamo ritrovati con i libri, a darci i consigli, ci siamo capiti, non sempre è così.
F.T.: Il coraggio di essere senza il guscio pochi lo hanno. Io mi ero innamorato del tempo cinematografico di Elio, che uno ha o non ha. Se indugi troppo diventi una statuina, se lo corri troppo si perde tutto. È un tempo trasversale. Non l’ho imparato perché non si impara, ma puoi goderne. Sono arrivato sul set con una fiducia gratis. E poi è raro il non tirarsela, senza attriti tra attori. Elio non ha conflitti col proprio ego, è pratico, è concreto e anch'io sono concreto. Siamo come due cinghiali! È stato tutto teso a costruire, senza tensioni.
E.G.: Abbiamo iniziato subito a giocare a Quattroformaggi e Rino
F.T.: E giù scappellotti…eravamo già quella cosa lì. Con tutto il cast.
E.G.: Tra tutti gli attori non c’è nessuno che lavora per sé.
F.T.: Gabriele senza nessun attrito riesce a tenere le redini in mano, ma senza frusta. Tutti esprimiamo il suo immaginario e questo è sintomo di un regista che è davvero autore. Tutti e tutto esprimono quel colore lì, è un risultato veramente armonico. Questo è molto raro, anche perché un film è fatto da milardi di cose.
E.G.: Anche perché non è una modalità coercitiva.


«Siamo tutti animali feriti»

di Sara Gambèro

Filippo Timi è uno dei migliori attori italiani in circolazione. Regista teatrale, scrittore e interprete, per calarsi appieno nel personaggio estremo e violento di Rino in Come Dio comanda ha pensato intensamente a due cose. La prima, che è anche il suo principio lavorativo, è stata: "Mai giudicare i propri personaggi". La seconda che "nessun essere vivente è completamente innocente". E per realizzarlo al meglio ha pensato a quando suo nonno, l’essere più puro che conoscesse, prese a calci sua nonna. «La verità è che siamo tutti animali feriti, solo che qualcuno sanguina più di altri».

Quale è stata la maggiore difficoltà nell’interpretare Rino, un personaggio così violento, estremo, razzista?
La difficoltà sta nel non giudicare il ruolo. Perché è ovvio che anche io avevo dei pregiudizi ideologici. Insomma, uno che arriva a farsi dare una testata dal proprio figlio per insegnarli a difendersi... Ma è importante non farsi dei pregiudizi, anche perché siamo tutti degli animali che devono difendersi. Se poi la posta in gioco è un figlio, ovvio che si tirano fuori i denti e si azzanna.

Cosa ti ha "dato" questo personaggio?
Per un attore è sempre bello interpretare un border line, qualcuno che quando vive un’emozione la estremizza. Il primo pensiero che ho avuto, per approcciarmi a Rino, è stato pensare: "Nessun essere vivente, ma proprio nessuno, è innocente". E per realizzarlo al meglio, mi sono immaginato mio nonno, che era la visione più pura che avevo, in un ricordo d'infanzia in cui prendeva a calci mia nonna! Partendo da questa visione ho estremizzato dei sentimenti che comunque avevo dentro di me.

In che senso?
Nel senso che credo che tutti siamo animali feriti, alcuni a morte, altri no. Però se la ferita continua a perdere sangue, alla fine muori. È sempre bellissimo portare fino in fondo emozioni che non riesci a fare nella realtà: amare fino in fondo, così come odiare fino in fondo, urlare fino in fondo. È sempre catartico farlo. Perché comunque la pioggia finta, quella del film, alla fine bagna davvero... Solo che tornare indietro è stato un casino.

Perchè?
Perché a quel punto avresti vogli di fare come Rino, andare oltre. Per esempio andare da tua madre e dirle: "Stronza, stai sbagliando tutto nella vita!" Ma non puoi, perché è tua mamma...

Quale è stata la scena più difficile?
Quella in cui Rino è ricoverato in ospedale. Perché ammettere una sua fragilità non è stato facile,. Dopo due mesi in cui "pisci contro vento", meni, aggredisci, riaprire un canale emotivo di questo tipo, mostrando la sua fragilità, è stata dura...

Hai tenuto un diario durante le riprese, vero?
Sì, esce il 4 dicembre, in concomitanza con il film.

Cosa racconti?
Racconto la difficoltà che ho avuto nel trasformarmi in Rino, cosa è significato stare su un set di quel tipo, così faticoso. È un diario, anzi un back stage vero e proprio.

Avevi mai lavorato prima con adolescenti?
No, è il primo ruolo da papà e devo dire che ho scoperto di averlo dentro, nel senso che mi ha tirato fuori un senso di paternità molto forte.

Che non pensavi di avere?
No, che in realtà immaginavo perché ho due nipoti, figlie di mia sorella. Ma un conto è prendere solo il meglio quando sai che poi per la parte brutta ci sono i veri genitori. Rino invece ha risvegliato in me un senso di protezione molto forte. Per farti capire, i giorni che non giravamo mi capitava di passare davanti a un negozio e d’istinto entrare per cercare un paio di pantaloni per Alvaro (il Cristiano del film) . Si è creato proprio un bellissimo rapporto con lui.

Ora stai girando qualcosa?
Sto finendo un film, La doppia ora, un’opera prima, con Xsenia Rappoport e per la regia di Giuseppe Capotondi. Finisco fra tre giorni le riprese, che si sono svolte a Torino. Una città bellissima, ottocentesca. Ormai ci ho fatto quattro film, mi sento quasi piemontese...

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