"Tuttalpiù muoio""E lasciamole cadere queste stelle" ultimo libro di Timi

 

E-mail
filippotimi@libero.it

 

facebook link mgvideoproduction

 

update Filippo Timi Nuovo film per Filippo Timi, la pellicola si intitolerà "Immaturi" e vedrà nel cast anche Luisa Ranieri e Raoul Bova per la regia di Paolo Genovese.

 

Ciao Paolo, ciao Renata, ciao Valentina, ciao Ivana, ciao Cristina…segue...

 

ciak logo «Ciak» premia Filippo Timi come miglior attore italiano dell'anno 2009

 

update Filippo Timi Filippo Timi nel nuovo film di Michele Placido "Il fiore del male" su l'ex capo della banda della Comasina Renato Vallanzasca

 

Filippo Timi pronto a interpretare il cantante Fred Buscaglione nel film omonimo che dovrebbe girare Davide Ferrario. «Sarei felicissimo di poterlo fare, a sei anni già mi vestivo come lui per imitarlo»

 

Racconti Perugini 2009Racconti Perugini con FILIPPO TIMI pienone di gente a Perugia le foto della giornata segue...

 

Nuova galleria fotografica del fotografo di palco Riccardo Piva segue...

 

Nuove foto dei fans!!!!!

 

"Il popolo non ha il pane" gallery...

"Peggio che diventare famoso" gallery...

"E lasciamole cadere queste stelle" gallery...

"Accademia del Donca" gallery...

"Festival di Cannes 2009" gallery...

Festival di Venezia 2009 e foto set film "La doppia Ora" gallery...

 

Advertising

www.mgvideoproduction.it www.mgvideoproduzioni.it

 

www.riversamentivideo.it


www.troupevideo.it

 

www.scansionediapositive.it

 

www.noleggioautocerimonia.it

 

I MIEI LIBRI
Tuttalpiù muoio copertina libro Timi E lasciamole cadere queste stelle copertina libro Timi Peggio che diventare famoso copertina libro Timi

Titolo: Tuttalpiù muoio
Autore: Albinati Edoardo; Timi Filippo
Prezzo € 17,50, 454 p.
Editore: Fandango Libri

Titolo: E lasciamole cadere queste stelle
Autore: Timi Filippo
Prezzo: € 16,50, 288 p.
Editore: Fandango Libri

 

Titolo: Peggio che diventare famoso
Autore: Timi Filippo
Prezzo: € 12,48, 332 p.
Editore: Garzanti Libri (collana Narratori moderni)

La  Poesia  di FILIPPO TIMI dedicata a Te.

Sintesi riflessiva del libro TUTTALPIU' MUOIO e spettacolo teatrale LA VITA BESTIA.

Credo che nella pittura e nella fotografia esiste l'arte dell'autoritratto: vengono in mente i Fiamminghi, Francis Bacon, Paul Cèzanne. Ho cercato di fare il mio autoritratto con l'aiuto di uno specchio. In sostanza la storia banale, comune a tutti, di un'infanzia, adolescenza e quasi-maturità. La ricerca di far rivivere tutti quei passaggi piccoli, semplici, ma fondamentali che ci accomunano. La "tragedia" del primo amore fallito, la scoperta che la propria madre poteva sbagliare, il primo bacio, il sesso, i soldi, i sogni, le canzoni.

Ed esisteva un mondo oltre i cancelli della "mia Via" di paese e poi la brutalità di ritrovarsi non piu' piccoli e non ancora grandi, comunque stranieri; e la televisione non diceva propriamente la verità.

E' uno spettacolo dedicato alle donne perchè alla fin fine, adesso, sento che le grandi questioni arrivate al pettine del nostro, mio tempo si chiamano amore.

Non bisogna più avere paura di credere come bambini che la primavera di un'esistenza si possa esaurire una volta per tutte. Diamoci un'altra possibilità e se necessario ancora, e ancora, e ancora, fino ad arrivare con la caparbietà, con la brutalità, se necessario con la disperazione di prendere con le mani il proprio cuore e farlo comunque sanguinare... Io uomo mi rimetto i pantaloni e ti cerchero' negli occhi di ogni donna. Ti Amo.

Filippo T. " FILO"


PRESENTAZIONE DEL LIBRO "TUTTALPIU' MUOIO" di ALBINATI & TIMI 
Edizioni Fandango libri

Nasco come tutti dalla mamma, a sette mesi dopo che la mamma per sbaglio si versa dell'acqua bollente sul pancione! Neppure la pancia della mamma era un posto sicuro.

Nasco terrorizzato...

Se sei mezzo cieco, balbuziente, povero e indeciso sessualmente, cosa puoi aspettarti dalla vita?

Con quali espedienti riuscirai a cavarti fuori dal buco di un paesino umbro dove non si fa altro che tirare il collo a “polastri e cuniji”?

E come ottenere l’amore dell’unica, irraggiungibile fanciulla desiderata da sempre?
Filo, il protagonista della storia che Albinati&Timi hanno scritto con ferocia, è sceso in guerra per riscattarsi: spesso subisce cocenti sconfitte, dai risvolti comici irresistibili, talvolta riesce a trionfare.

La vita che scorre a un ritmo vertiginoso nelle pagine di questo romanzo è una lunga lotta contro la fame di amore, di cibo e di sesso.

Ma soprattutto di riconoscimento umano.
Riuscirà Filo a vincere e a vendicarsi? O almeno ad essere accettato?
A sua disposizione ha una strepitosa energia fisica e un umorismo che colora tutte le sue avventure: a scuola, in parrocchia, sulla pista di pattinaggio, nella giungla dei ritrovi di tutti tipi, tra le quinte del palcoscenico, a letto.

Dietro la sua scandalosa e commovente parabola d’amore, si intravedono altre figure di famosi loser, dai ragazzini di Dickens a Elephant Man, da Arturo Bandini alle orfanelle dei cartoni giapponesi...
Attingendo a tutte le risorse di un linguaggio realistico e fiabesco, Albinati&Timi danno vita a un personaggio memorabile, una specie di Huck Finn precipitato nel mondo dei centri sociali e delle sfilate di Armani.

Accanto a Filo, ancora più vitale di lui, sua madre, leonessa dagli artigli spuntati, “la prima a farsi i capelli rossi a Ponte San Giovanni”; e il coro di una spassosa, miticissima famiglia umbra che ricorderà ai lettori le saghe di Roddy Doyle.


Se sei mezzo cieco, balbuziente, povero e frocio, cosa puoi aspettarti dalla vita? Con quali espedienti riuscirai a cavarti fuori dal buco di un paesino umbro dove non si fa altro che tirare il collo a “polastri e cuniji”? E come ottenere l’amore dell’unica, irraggiungibile fanciulla desiderata da sempre? Filo, il protagonista della storia che Albinati e Timi hanno scritto con ferocia, è sceso in guerra per riscattarsi: spesso subisce cocenti sconfitte, dai risvolti comici irresistibili, talvolta riesce a trionfare. La vita che scorre a un ritmo vertiginoso nelle pagine di questo romanzo è una lunga lotta contro la fame di amore, di cibo e di sesso. Ma soprattutto di riconoscimento umano.

Se, come dice il protagonista Filo, "Ridere e piangere sono una smorfia sola", la sua storia diverte e commuove al contempo. Nel divertente gioco di "servo e padrone" che Albinati e Timi portano avanti in questo romanzo, l'alchimia produttiva, che neanche il più alto conoscitore delle precedenti opere di Albinati potrebbe svelare, si risolve con risultati molto importanti. La vita di Ponte San Giovanni scorre nella sua spontanea corrente quotidiana, i tanti personaggi che compongono l'universo di Filo sono tutti efficaci, profondi, autentici elementi di contorno di una materia estrema com'è la sua stessa vita.

La parte dedicata alla sua infanzia, tra la parrocchia, il pattinaggio artistico e l'amore per Sonia Sorci, è la più divertente e sincera. Verremo letteralmente conquistati dai sottili ragionamenti al rovescio del protagonista: dalle bestemmie del padre che fuoriescono incontrollate dalla sua bocca perché non arrestate dalla dentatura, all'ammirazione per la volgarità di zio Palmiero, alla confessione pubblica del legittimo proprietario di questa storia, Filippo Timi, di essere stato un Pinocchio che per nulla al mondo avrebbe desiderato di diventare un bambino vero.


"Tuttalpiù muoio" La vita bestia

Ha trentadue anni Filippo Timi, nel momento in cui cerca di tracciare le linee, confuse e dolcissime, di un autoritratto, portato in scena, senza pudori e con grande, intelligente, auto-ironia.

Arrivato al primo punto di svolta dell'adultità, dunque, Timi fa i conti con se stesso, con l'infanzia e con l'amore.

Il suo è un racconto sincero, delicato, ironico, divertente.

Ha il sapore duro e popolare del dialetto umbro, una cadenza marcata di paese, di provincia povera e contadina.

Gioca sul filo di ricordi, in un viaggio che è al tempo stesso di formazione e di disperata fuga.

Filippo Timi, attore-istrione, catalitica presenza energetica protagonista di tanti lavori di Barberio Corsetti, con La vita bestia si racconta e si svela, ripercorrendo e rendendo pubblica - apparentemente con poche o nulle mediazioni - la propria storia.

È un racconto per quadri - o forse capitoli - di una autobiografia in divenire, che si perde nei meandri di una memoria vivace, che illumina dettagli forse insignificanti, e che pure diventano giganteschi scogli nella vita di un ragazzo qualunque (o di qualunque ragazzo) alle prese con l'enorme fatica del crescere.

Il «mestiere di vivere», allora, si impara in parrocchia, o nei campi estivi, si subisce - come si subisce una povertà fatta di disagio e dignità.

La famiglia del piccolo borgo ai piedi di Perugia raccontata nel quotidiano sforzo di far coesistere desideri e possibilità: i costumi per carnevale, troppo costosi ma imperdibili; la colazione con la pasta d'acciughe anziché con l'affettato; l'ambito motorino Si...

Nel racconto di Filippo Timi, al di sotto della grande esplosione comica ed autoironica, la tenerezza delle piccole cose fa da delicato accompagnamento alla storia vitale ed energica di un ragazzo cresciuto tra complessi e disagi: il corpo troppo grosso, il sudore, la balbuzie, la vista debole...

Solo in scena, su una piattaforma che è la stanza adolescenziale e la pista di una discoteca, l'altare della chiesa e il soggiorno di casa, Filippo Timi affronta il pubblico in calzette e mutandoni, con una canottiera sbrindellata che svela la struttura possente del corpo.

Inizia a raccontare, con la forza e la follia che ormai contraddistingue il suo modo di stare in scena: ma qui svela - anche grazie alla sobria regia dello stesso Corsetti - capacità di grande controllo, e mostra al meglio le sue doti d'interprete.

Nelle luci disegnate da Gianni Staropoli, il racconto evoca gli anni Ottanta in una versione decisamente intima e personale: così il 1989 si ricorda solo perché è l'anno degli stivali Camperos e di una disastrosa «comparsata» alla messa di Natale.

E tra Happy Days e Claudio Baglioni, Timi racconta di amici e parenti, di disagi e amarezze, di piccole gioie e grandi scoperte.

Il bacio non dato alla compagnuccia di scuola, la bella Sonia Sorci, la prima vacanza o l'iniziazione al sesso (in uno dei momenti più esilaranti del lavoro), e poi la scoperta della «uomosessualità» e le drag-queen di Perugia...

Ma il viaggio a ritroso, nella memoria e nella famiglia, si racchiude in uno struggente atto d'amore per la madre dell'attore-autore.

Una dichiarazione d'amore filiale di grande e poetica bellezza: la presenza semplice e costante della madre, dal ricordo di quel cuore che batte lontano e vicinissimo quando si è ancora nell'utero, fino alla scena finale, evocata in un soffio, con la donna che taglia le unghie dei piedi al protagonista, già uomo, e si dice pronta a vendere un rene pur di tirare avanti, per superare la povertà...

Gesto umile, di delicata complicità, di quell'affetto - unico ed irripetibile - che c'è tra madre e figlio, e che Timi ha voluto, e saputo, omaggiare.

La vita bestia, prodotto da Fattore K, è uno spettacolo toccante e, al tempo stesso, decisamente divertente, con guizzi di grande lirismo che si alternano, smentendoli ed esaltandoli, ad altri di dirompente comicità: si vorrebbe fosse sempre così, e cercare un sorriso per scacciare le lacrime...

E LASCIAMOLE CADERE QUESTE STELLE

E lasciamole cadere queste stelleIl libro di Filippo Timi
edito da Fandango Pagine 296 - prezzo 16,50

Su myspace potrai vedere e ascoltare 3D, il capitolo del libro disponibile solo in video.
Per la prima volta la narrazione arriva via Internet al lettore
attraverso il volto e la voce dell’autore.
Su myspace troverai anche le istruzioni per scaricare gratuitamente l’audio e crearti il tuo cd con la voce di Filippo Timi.
Oltre a 3D, foto, interviste, il calendario delle presentazioni, trailer di spettacoli, e futuri video capitoli inediti di E LASCIAMOLE CADERE QUESTE STELLE.

Il libro: “Ma perché le donne? Dopo un libro autobiografico ho pensato di voler scrivere qualcosa che fosse lontano da me e ho immaginato di scappare nella terra più distante. Mi sono accorto subito che non solo le parole suonavano un’altra musica ma anche la struttura era un’altra cosa. Era come un profumo, stare appesi eppure ancora vivi, la rinuncia non
come sottrazione ma come regalo, offrire qualcosa di sé senza pretendere nulla in cambio, riconoscere il mostro dentro di noi.
Mi sono trovato in mezzo a un temporale e per la prima volta la pelle reclamava quest’acqua. Perché quando si parla di sensibilità non si è più né maschi né femmine ma bambini. E ogni sillaba è cavata dalla bocca del cuore.”
Nella narrazione di E lasciamole cadere queste stelle, il nuovo libro di Filippo Timi, protagonisti sono gli stati d’animo delle donne chiamate per nome, che compongono Femminario; l’autore che svela se stesso in Al presente; le vittime e i cani bastardi in Nero; l’ombra delle Notti; l’incanto e il disincanto delle Prime volte; la passione che sale in cattedra in Filosofia dell’amore; il tradimento di avere Nel petto due cuori; il teatro della fine negli Occhi chiusi del cielo; lo sbandamento del pudore in Carosello.
E le dichiarazioni d’amore da lui a lei, a lui, di nuovo a lei, per tutte quelle volte che si è rimasti senza voce davanti al desiderio.

Tratto dal libro TUTTALPIU' MUOIO di Albinati & Timi.

La gente - racconta l'attore - oggi ha paura di amare. In giro non ci sono più esseri erotici. Non vedo più uomini che amano veramente le donne, e non vedo più donne che amano veramente se stesse. La bestia e' un'immagine che avevo in testa e che mi ossessionava: sentivo un mostro che mi azzannava al collo. Quel mostro per me e' la vita, e non si capisce se la vittima siamo noi o lei. Siamo noi i parassiti o lei? Ecco perché cerco di morderla questa vita; per riappropriarmene e trasformare questo morso prima in un ghigno e poi in un sorriso.

Timi Filippo
Peggio che diventare famoso

Editrice Garzanti libri Narratori moderni
350 pagine € 14.60 continua...

Recensioni:

«Poche volte la letteratura ci ha mostrato un’alterità così dirompente.» Filippo La Porta, XL

«Timi ha deciso di inventarsi la vita giorno dopo giorno: ...contro il senso di morte che lo pervade rischia sempre, vada come vada.» Marco Lodoli, la Repubblica

«Una stupefacente partitura vocale .» Andrea Cortellessa, il Manifesto

«Ora cinico e amaro, ora tragicomico, ora picaresco, ora esilarante.» Leandro Piantini, L’Indice

«Un libro denso e incandescente. Il racconto (e il canto) della forza della nuda vita.» Carla Benedetti, L’Espresso

I baci sono veri al cinema?
No, sono più che veri…
Sono impazziti.

Timi Filippo - Peggio che diventare famoso - Garzanti 2008Il cinema non è mai quello che sembra, un po’ come la vita.
Da un giorno all’altro ti chiami Rino, abiti in Friuli, hai un figlio di quattordici anni e un amico scemo a cui badare. Nello stesso tempo sei sempre Filo, con la sua fame di provare tutto, con un debito d’amore addosso da mancarti il fiato e l’ossessione di una mamma impazzita per la polka. Sul set del film di Salvatores, chiuso in una camera d'albergo, ogni mattina devi spogliarti della tua faccia e mettertene addosso un’altra.
Mentre aspetti il ciak il tempo ti trasforma, i sudori si mischiano, il puzzo di uno fermenta col puzzo degli altri, si viene a creare un microclima di umori, ormoni e pulsioni, si ride per delle cazzate incomprensibili al mondo esterno, come una specie di codice infantile, e ci si accoppia, almeno col pensiero, tutti con tutti, è una legge biologica.
Fare un film è ferire consapevolmente una storia.
Spezzettarla.
Sembra poetico ma non lo è.

Dopo il successo di Tuttalpiù muoio e di E lasciamole cadere queste stelle, Filippo Timi torna alla scrittura riproponendo in Peggio che diventare famoso il personaggio Filo e la sua voglia di vivere la vita a ogni costo, anche se brucia.

Di Tuttalpiùmuoio hanno scritto:

Misterbeatmap''Timi racconta le proprie esperienze infantili, le età difficili e la formazione, comuni a quelle della sua generazione. Dai rapporti con i genitori ai sentimenti verso il mondo e soprattutto verso le persone che incontra, le canzoni e il sesso, la madre e i vicini. Sarebbe un patrimonio uguale a quello di tanti, nella piccola provincia italiana, che Timi rende gustoso negli episodi e nel modo di raccontarli.'' Gianfranco CapittaIl Manifesto

«Poche volte la letteratura ci ha mostrato un’alterità così dirompente.»
Filippo La Porta, «XL»

«Timi ha deciso di inventarsi la vita giorno dopo giorno: ...contro il senso di morte che lo pervade rischia sempre, vada come vada.»
Marco Lodoli, «la Repubblica»

«Una stupefacente partitura vocale.»
Andrea Cortellessa, «il manifesto»

«Ora cinico e amaro, ora tragicomico, ora picaresco, ora esilarante.»
Leandro Piantini, «L’Indice» (se necessario)

«Un libro denso e incandescente. Il racconto (e il canto) della forza della nuda vita.»
Carla Benedetti, «L’Espresso»

"Gioco con la mia ambiguità"

L'ha voluto Ozpetek per "Saturno contro" ("Ma non posso rivelare nulla per contratto") e sarà anche sul set diretto da Saverio Costanzo in cui interpreterà un monaco speciale. Filippi Timi è uno dei nuovi volti del cinema italiano. Durante una pausa tra un set e l'altro, il sabato e la domenica fino al 5 novembre è al Piccolo Jovinelli con la piéce "La vita bestia" ("Un'autobiografia allo specchio"), che registra il "sold out" ad ogni recita.

"Sii buono con l'intervista". Così Filippo Timi mi congeda dalla nostra chiacchierata in cui si sono toccati diversi temi dall'amore unico e forte per una donna, alla poligamia, dalla (presunta) ambiguità sessuale fino al Premio UBU 2004 come miglior attore Under 30 e al set con Ozpetek e Costanzo Junior. "Sul film di Ferzan non posso veramente dir nulla", dice l'attore sul treno di ritorno per Roma "dopo cinque giorni passati in famiglia". "Abbiamo firmato un contratto per Saturno contro in cui ci impegnamo a non dir nulla alla stampa", rivela.

Ma se gli facciamo notare che un altro dei protagonisti maschili del film, Luca Argentero, si è lasciato scappare che sarà uno degli amanti di Pierfrancesco Favino, lui risponde: "Saranno problemi suoi". Cerco allora di estorcergli qualcosa sul film che sta girando con Saverio Costanzo dal titolo "In memoria di me" incentrato sui voti presi da un giovane monaco. "In fondo siamo tutti monaci" è stata l'unica risposta ottenuta.

Quando desisto lui dice "Posso dirti una cosa...Sto scrivendo il mio secondo romanzo. Stavolta da solo (il primo "Tuttalpiù muoio" è stato scritto con Albinati; ndr.). Sarà un libro al femminile pensato per e sulle donne". Filippo Timi è simpatico ma anche "poliedrico" come ama definirsi. "Quando leggo un libro ne ho in mano già altri quattro. Non riesco a star fermo...". Ma fa così anche con le donne? "Rispondo con un punto di domanda. Comunque sono sempre stato scelto e non ho mai scelto io per primo...Insomma dico sempre di sì". Però sia nel libro "Tuttalpiù muoio" che nello spettacolo "La vita bestia" si accenna a un grande amore per una ragazza.

"E' tutto vero - afferma - ho vissuto per quasi un anno un grande amore. Vedevo lei già madre dei miei figli e mia moglie, naturalmente. Alla fine sono scappato perché se no sarei rimasto in tensione perenne e per diverso tempo sono rimasto legato a quell'immagine di donna. Si è aperta un'altra vita, un altro amore e un altro sesso". Sta forse dicendo che ha vissuto esperienze omosessuali? "Nel mio libro racconto di una relazione gay, ma io gioco molto sull'ambiguità". Vuol dire allora che non è tutto vero? "Non lo direi mai, in ogni caso ora sono molto affascinato dall'idea del matrimonio...".

Perché ha definito la sua piéce "un autoritratto allo specchio"? "Un artista che dipinge un paesaggio esprime il proprio tempo, la propria filosofia. Quando un pittore invece si cimenta con l'autoritratto si mette a nudo in primo piano. Lo stesso vale con questo spettacolo". Ha detto "diamoci un'altra possibilità (...) se necessario con la disperazione di prendere con le mani il proprio amore e farlo comunque sanguinare...". Lei lo ha fatto? "Il mio cuore sanguina ancora - rivela - anche dopo il grande amore finito male. Quando è finito mi sentivo ancora il cappio al collo e non sono riuscito a toglierlo. Poi mi sono riappriopriato di me stesso cacciando via i fantasmi". Il sogno di Filippo? "Vivere in un appartamento con quindici persone...". Ma è un harem? "Sì tipo un harem".

Andrea Conti Tgcom

 

Quel temporale che sporca di natura i sentimenti di Paolo Castellani

Riflessioni intorno a E lasciamole cadere queste stelle

A Filippo, che mi ha regalato uno sguardo più luminoso verso le donne della mia vita Cercare una chiave di lettura per E lasciamole cadere queste stelle è un po' come raccontare una confessione d'amore. Impresa vana, fuorviante. Molto meglio immergersi, farsi contagiare dalle emozioni e cercare di tenerne un po' con sé, come quando un'amica ci ricorda il brivido di una passione o il dolore di una perdita. Potremmo forse improvvisarci maestri, censori o imitatori? No, restiamo in ascolto e apriamo il cuore. Così è stato, pagina dopo pagina. Ho combattuto corpo a corpo, lo confesso, con molti passaggi del libro perché la tentazione di trarne una fenomenologia della donna e dell'uomo, impegnati in una malinconica e feroce dialettica di annullamento, era sempre in agguato, una diabolica (o angelica) tentazione di razionalizzazione. L'avessi fatto, nel leggerlo, lo facessi ora nel raccontare la mia esperienza di lettore, sarei e sarei stato pienamente uomo, almeno nel senso di quel figuro maschile che s'intravede e si sostanzia, con allarmante mediocrità, tra le righe. E non lo vorrei essere. Vorrei sospendermi. Anche se conosco la difficoltà insita in una premessa di sospensione da me stesso. Ne ho sentito le scottature da lettore. Azzardo che forse sta proprio in questo, in misura persino maggiore che nella sua eccezionale poeticità (di stile, di sentimenti, di cervello e di carne), la scommessa vinta dal libro di Filippo Timi: ti costringe a “spellarti”, ti strappa ogni sovrastruttura culturale e psicologica per scaraventarti in un confronto con la vita, con il dolore, con il disagio dell'esistere solo, senza armi. In E lasciamole cadere queste stelle una donna può riconoscere il proprio cuore (e tutta se stessa) in ogni battito che pulsa delle esistenze altrui. S'immerge, ci si butta, soffre, s'identifica. E diventa lei, non sono più gli “altri”, le “altre”. Un uomo, al contrario, vi scopre una certa immagine, d'istinto la rifiuta, poi sente intorno a sé un maleodorante senso di sconfitta, nella vita e con i talenti che la vita offre, e cerca una via di scampo nella propria coscienza. Poi prova paura, di essere anche lui lì, tra quelle rovine umane, di riconoscere la propria faccia. Ecco perché questo libro t'inchioda: perché la danza macabra della natura, che canta e balla mostrando i propri trionfi e i propri mostri a ogni riga, ti costringe a essere quello che sei, impossibilitato a “superarti”. A farti misurare con la vita, con i tanti ritratti di donne massacrate da amori bruciati dipinti dalle parole di Filippo Timi, non è tanto quella sorta di archetipo femminino che si staglia nei ritagli di un mondo in sofferenza, un archetipo che sembra declinarsi in una titanica lotta tra la donna, natura e cielo, dolore e coraggio, e l'uomo, scimmia della ragione, miseria, prevaricazione e paura. A sbatterti in faccia la vita sono proprio quelle singole esistenze nella loro radicale vitalità. Che è femmina, perché la scelta dell'autore è per la realtà. È quello il dolore che ha visto, che ha provato, che ha sentito. Quella la vita, quelli i sogni, quelli gli incubi. Una vita femmina, in cui l'orizzonte più pieno e aperto è riempito da donne che attraversano tutte le sfumature e le degradazioni del “senso”, di ciò che è essenziale per la vita, e la vita è l'anima, e l'anima è l'amore, e l'amore è il corpo, e tutto si ritrova e si perde, irrimediabilmente o finalmente, in quell'orizzonte. La sua scelta — che è tensione al sogno, dove il sogno, avrebbe chiosato Pessoa, è la pienezza della realtà — è femmina. L'uomo appare come negazione, necessario, perché altrettanto reale, strumento di dissoluzione. Non esiste un archetipo maschile, perché la mediocrità non può mai assurgere a modello, esiste per distruggere quanto di bello viene creato o immaginato, e in questo si definisce. Esiste come ingranaggio che imprigiona le altezze. La sua potenza è nel grigiore che impedisce al colore di vivere, ma non è un colore. Nessuna chiave di lettura possibile, dunque, emerge, forse soltanto la resa definitiva alla sensazione — l'unica guida, l'unico Virgilio adeguato ad accompagnare il lettore nell'inferno-paradiso e... a riveder le stelle — e una traccia: quei percorsi, quelle vite, quei profili sembrano delinearsi, casomai, come grimaldello per una ricerca di definizione e di prospettiva propria dell'autore, il quale in quei volti, in quei corpi, in quei pianti e in quei sospiri si riconosce. Qualche volta sorride, più spesso piange, sente la rabbia, con loro. Si perde e vince in loro, vive e muore in loro. Ma è sempre lì, celato o illuminato, sempre lì. A imporsi sono le sensazioni, dunque, in questo libro che canta un commovente e disperato inno alla natura. In forma d'arte, cioè di poesia. Filippo Timi, infatti, scrive la realtà con la poesia e realizza così l'ideale degli esteti del Seicento, per i quali nasceva proprio dalla natura l'ispirazione alla vera arte. Anche per Filippo è così. La natura (umana, femmina) sta così conficcata nella sua anima che nel descriverla, nell'“imitarla”, egli imbocca la via della poesia, strada maestra per l'arte, e viatico privilegiato alla verità. Vale la pena scomodare un certo Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, campione nel gettare la luce sul sacro laddove questo si nascondeva nella carne e nell'amore dei reietti o dei dimenticati, il quale definiva sé “un pittore che sa dipingere bene et imitar bene le cose naturali”: Filippo Timi è mirabile scrittore proprio perché scrive le cose naturali, la vita come natura. Meraviglie e martiri del creato matrigno sono le donne, «natura e non idea». Qui sta il vortice in cui s'immerge l'inno poetico di Filippo alla natura femmina, che evoca impliciti echi nietzschiani: l'abbraccio all'amore per la vita e la creatività, per la radicalità del vivere carnale, che comprende e sublima anche la dimensione “tragica” (lo spirito dionisiaco), non può che riconoscere il proprio avversario nella “razionalizzazione”, profonda e intima decadenza che trasforma la vita in idea, in giudizio (che è «orrore»), in prudenza, in vanità, in paura. Ecco gli avversari, che sono persone concrete, con sessi definiti, almeno nella “forma”, cioè per come appaiono, ma che si specchiano nella natura che li sovrasta, li crea e li distrugge. Non è il sesso a definirli, ma sono loro che definiscono dei sessi, cioè dei caratteri: la donna è «paesaggio», è «giardino», l'uomo vuole solo «lasciare le impronte», la donna è sfida e coraggio e guardarla senza pregiudizio, senza ragione, senza logica, equivale a «immergersi nella natura». L'uomo costruisce se stesso sul rifiuto della natura, sulla “dignità”, incapace di mettersi in gioco perché teme di perdersi, di smarrire la credibilità, l'equilibrio. E così perde il meglio, ciò che dà senso a tutto. Perde il tutto perché lui è «logoramento del niente», perde la vita volendo conservare la rispettabilità, cosicché l'uomo risulta, al contrario dei cani, «più ridicolo in piedi che a quattro zampe». L'uomo rinuncia a tutto quello a cui la donna sacrifica la vita: al sogno («mentre l'uomo è accettabile solo quando dorme»), al mistero. Gli uomini «danno fuoco al pianto che brucia dentro», laddove le donne, che “sono” il mistero, l'«ossessione» per Filippo, spesso piangono sole, e sono loro il cielo, l'infinito, il mare. L'uomo, paradossalmente, sa piangere solo di fronte al coraggio di una donna, come di fronte a un rimpianto esistenziale, a qualcosa che irrimediabilmente ha voluto perdere, facendo dell'incapacità di aver coraggio un (dis)valore. Amore e dolore sono le sfide che definiscono compiutamente eroine e mancati eroi del paesaggio umano di E lasciamole cadere queste stelle. Amore e dolore sfigurano e trasfigurano corpi, anime e cuori di queste donne, bellissime perché sofferenti e verissime, così cristiche nell'accettazione del dolore in nome dell'amore, un amore così forte e misterioso che «nessuno può conoscerlo». Se l'amore salva la vita, il dolore, misura unica della forza femmina, è il nemico che le donne di Filippo conoscono fin da bambine, il loro immancabile accompagnatore, un amore “per la vita”, si direbbe. Le donne lo conoscono presto, lo odiano presto, lo coccolano, ci fanno l'amore col dolore. Se la vita è dolore, «fuggirlo non lo cancella». Meglio affrontarlo, sfidarlo. Fino alla fine, fino allo sfinimento, fino alla morte. Questo sanno fare le donne stelle di Filippo. Anche la morte viene vinta, perché «non è dolore e non è soluzione al dolore», casomai «definisce» l'essere umano, gli dà i connotati. Le donne sanno persino trovare felicità nella morte, perché «perdono la vita che avevano comunque nel cuore». La tragedia di un uomo, al contrario, è proprio quella di non riuscire a morire, non essendo riuscito a vivere mai davvero, chiuso al pianto, quello profondo, non avendo «mai pianto due volte». L'amore è il filtro caleidoscopico attraverso cui l'autore guarda la vita e se stesso. L'amore è il sentimento puro e assoluto, unico anticorpo possibile alla vita di dolore: ci combatte e ci si alimenta. L'amore di Filippo sa tanto di cielo come infinità e sa tanto di terra come limiti. Filippo non si fida dell'amore come «resistenza», celebrato sottovoce da certa vile ipocrisia pretesca (non certo dalla mistica, aggiungo io, né dall'eroismo dei martiri, a cominciare dal primo di loro, finito in croce, per non dire di chi per amore ha fatto l'amore con la povertà e ci si è inchiodato), e certo rigetta «gli amori mediocri che sono indistruttibili», ma sceglie l'amore che rende «padroni della propria infelicità», che conduce a una libertà di spirito, dove per libertà s'intenda una lontananza da tutto ciò che è accettazione, rassegnazione, «deserto di polsi legati», più silenzio che vane parole. In questa impossibilità, in questo assoluto e sublime che è femmina, a noi lettori sembra di riconoscere il profilo spaventato, rabbioso, infelice ma fierissimo dell'autore. Filippo non rinuncia mai a «stare attaccato alla vita» anche se sente «l'inferno che [lo] circonda», riconosce Dio «nella parte più segreta del cuore» mentre guarda cattivo quel Dio che «ci ha cacciato dalla speranza», o il «Dio malaticcio che carezza la mortificata volontà» (ancora l'ombra paterna del pensatore folle di Rocken) e non riesce a vedere «nessun cielo di fuga sopra di noi». L'infelicità, o meglio, la sofferenza di chi scrive questo affresco alle stelle, Filippo, appare in ogni germe di incompiutezza e inadeguatezza, rispetto alla vita e a «questo mondo di morti»: incompiutezza che sorvola e si incaglia nella identità sessuale, risolta solo nell'ironia (e Dio sa quanto pensiero è nato e si è sviluppato su questa parola, “ironia”), o nel desiderio di cielo («ogni uomo vorrebbe essere una donna») e di immortalità che sola permette il «rischio di vivere». L'immortalità passa anche e necessariamente attraverso l'attrazione verso l'abisso, che si ripresenta spesso nelle donne-storie raccontate nel libro: l'abisso in cui l'autore si confonde, con una certa irresistibile forza autodistruttiva, trattenuta solo dall'amore per il cielo, da «uno strano equilibrio mentale» che lo sostiene. L'amore non è mai calcolo o utile, pulizia e forma, ma sempre sangue e fango, umiliazione e glorificazione, dolore e sacrificio, è il «lasciarsi sporcare di natura i sentimenti», è un amore «che salva la vita» e che Filippo riconosce negli altri — nelle tante donne che sanno essere «eroi» e che insegnano, sorde e cieche, il segreto nascosto nella dolcezza e nell'emozione — ma che non riesce a riconoscere in se stesso, che non può vivere come davvero vorrebbe, lui che, dice, «non[ha] amato mai nessuno», che si sente sopraffatto «dall'istinto di rovinare ogni cosa», che sente solo paura e malinconia. Si aggrappa alle donne, Filippo, o agli uomini- femmina che luccicano di cielo, perché solo loro sanno come «nessun bacio debba essere perduto», come il dolore non si possa sconfiggere o fuggire o guarire ma solo abbagliare, sfidare; solo loro, vere figlie di Giobbe, ci fanno a pugni e ci fanno all'amore, con il dolore, a cominciare da quando accendono la vita e finiscono col divorarsela; quel dolore «che ogni cinque secondi... non viene guarito», mentre noi vaghiamo, impauriti, imprigionati da troppo decoro e troppa misura, nel deserto degli uomini. Ecco le stelle, ecco chi ha ritrovato il senso e lo fa conoscere agli uomini; ecco le stelle, creature del divino, facciamogli un applauso e riserviamogli le nostre poche lacrime quando, per colpa nostra, cadono: sono loro al centro dello spettacolo, sono loro che hanno riscoperto quanta meraviglia c'è nel «lasciarsi sorprendere dal temporale».

Paolo Castellani “Le donne sono fatte per essere amate, non per essere comprese” Oscar Wilde

 

Home | Libri Filippo Timi | Scrivimi | Filmografia | Video di Filippo Timi | Foto di Filippo Timi | Filo risponde | Interviste | Forum | Preferiti | 1000 lire