"Tuttalpiù muoio"

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La  Poesia  di FILIPPO TIMI dedicata a Te.

 

Sintesi riflessiva del libro TUTTALPIU' MUOIO e spettacolo teatrale LA VITA BESTIA.

Credo che nella pittura e nella fotografia esiste l'arte dell'autoritratto: vengono in mente i Fiamminghi, Francis Bacon, Paul Cèzanne. Ho cercato di fare il mio autoritratto con l'aiuto di uno specchio. In sostanza la storia banale, comune a tutti, di un'infanzia, adolescenza e quasi-maturità. La ricerca di far rivivere tutti quei passaggi piccoli, semplici, ma fondamentali che ci accomunano. La "tragedia" del primo amore fallito, la scoperta che la propria madre poteva sbagliare, il primo bacio, il sesso, i soldi, i sogni, le canzoni.

Ed esisteva un mondo oltre i cancelli della "mia Via" di paese e poi la brutalità di ritrovarsi non piu' piccoli e non ancora grandi, comunque stranieri; e la televisione non diceva propriamente la verità.

E' uno spettacolo dedicato alle donne perchè alla fin fine, adesso, sento che le grandi questioni arrivate al pettine del nostro, mio tempo si chiamano amore.

Non bisogna più avere paura di credere come bambini che la primavera di un'esistenza si possa esaurire una volta per tutte. Diamoci un'altra possibilità e se necessario ancora, e ancora, e ancora, fino ad arrivare con la caparbietà, con la brutalità, se necessario con la disperazione di prendere con le mani il proprio cuore e farlo comunque sanguinare... Io uomo mi rimetto i pantaloni e ti cerchero' negli occhi di ogni donna. Ti Amo.

Filippo T. " FILO"


PRESENTAZIONE DEL LIBRO "TUTTALPIU' MUOIO" di ALBINATI & TIMI 
Edizioni Fandango libri

Nasco come tutti dalla mamma, a sette mesi dopo che la mamma per sbaglio si versa dell'acqua bollente sul pancione! Neppure la pancia della mamma era un posto sicuro.

Nasco terrorizzato...

Se sei mezzo cieco, balbuziente, povero e indeciso sessualmente, cosa puoi aspettarti dalla vita?

Con quali espedienti riuscirai a cavarti fuori dal buco di un paesino umbro dove non si fa altro che tirare il collo a “polastri e cuniji”?

E come ottenere l’amore dell’unica, irraggiungibile fanciulla desiderata da sempre?
Filo, il protagonista della storia che Albinati&Timi hanno scritto con ferocia, è sceso in guerra per riscattarsi: spesso subisce cocenti sconfitte, dai risvolti comici irresistibili, talvolta riesce a trionfare.

La vita che scorre a un ritmo vertiginoso nelle pagine di questo romanzo è una lunga lotta contro la fame di amore, di cibo e di sesso.

Ma soprattutto di riconoscimento umano.
Riuscirà Filo a vincere e a vendicarsi? O almeno ad essere accettato?
A sua disposizione ha una strepitosa energia fisica e un umorismo che colora tutte le sue avventure: a scuola, in parrocchia, sulla pista di pattinaggio, nella giungla dei ritrovi di tutti tipi, tra le quinte del palcoscenico, a letto.

Dietro la sua scandalosa e commovente parabola d’amore, si intravedono altre figure di famosi loser, dai ragazzini di Dickens a Elephant Man, da Arturo Bandini alle orfanelle dei cartoni giapponesi...
Attingendo a tutte le risorse di un linguaggio realistico e fiabesco, Albinati&Timi danno vita a un personaggio memorabile, una specie di Huck Finn precipitato nel mondo dei centri sociali e delle sfilate di Armani.

Accanto a Filo, ancora più vitale di lui, sua madre, leonessa dagli artigli spuntati, “la prima a farsi i capelli rossi a Ponte San Giovanni”; e il coro di una spassosa, miticissima famiglia umbra che ricorderà ai lettori le saghe di Roddy Doyle.


Se sei mezzo cieco, balbuziente, povero e frocio, cosa puoi aspettarti dalla vita? Con quali espedienti riuscirai a cavarti fuori dal buco di un paesino umbro dove non si fa altro che tirare il collo a “polastri e cuniji”? E come ottenere l’amore dell’unica, irraggiungibile fanciulla desiderata da sempre? Filo, il protagonista della storia che Albinati e Timi hanno scritto con ferocia, è sceso in guerra per riscattarsi: spesso subisce cocenti sconfitte, dai risvolti comici irresistibili, talvolta riesce a trionfare. La vita che scorre a un ritmo vertiginoso nelle pagine di questo romanzo è una lunga lotta contro la fame di amore, di cibo e di sesso. Ma soprattutto di riconoscimento umano.

Se, come dice il protagonista Filo, "Ridere e piangere sono una smorfia sola", la sua storia diverte e commuove al contempo. Nel divertente gioco di "servo e padrone" che Albinati e Timi portano avanti in questo romanzo, l'alchimia produttiva, che neanche il più alto conoscitore delle precedenti opere di Albinati potrebbe svelare, si risolve con risultati molto importanti. La vita di Ponte San Giovanni scorre nella sua spontanea corrente quotidiana, i tanti personaggi che compongono l'universo di Filo sono tutti efficaci, profondi, autentici elementi di contorno di una materia estrema com'è la sua stessa vita.

La parte dedicata alla sua infanzia, tra la parrocchia, il pattinaggio artistico e l'amore per Sonia Sorci, è la più divertente e sincera. Verremo letteralmente conquistati dai sottili ragionamenti al rovescio del protagonista: dalle bestemmie del padre che fuoriescono incontrollate dalla sua bocca perché non arrestate dalla dentatura, all'ammirazione per la volgarità di zio Palmiero, alla confessione pubblica del legittimo proprietario di questa storia, Filippo Timi, di essere stato un Pinocchio che per nulla al mondo avrebbe desiderato di diventare un bambino vero.
 


"Tuttalpiù muoio" La vita bestia

Ha trentadue anni Filippo Timi, nel momento in cui cerca di tracciare le linee, confuse e dolcissime, di un autoritratto, portato in scena, senza pudori e con grande, intelligente, auto-ironia.

Arrivato al primo punto di svolta dell'adultità, dunque, Timi fa i conti con se stesso, con l'infanzia e con l'amore.

Il suo è un racconto sincero, delicato, ironico, divertente.

Ha il sapore duro e popolare del dialetto umbro, una cadenza marcata di paese, di provincia povera e contadina.

Gioca sul filo di ricordi, in un viaggio che è al tempo stesso di formazione e di disperata fuga.

Filippo Timi, attore-istrione, catalitica presenza energetica protagonista di tanti lavori di Barberio Corsetti, con La vita bestia si racconta e si svela, ripercorrendo e rendendo pubblica - apparentemente con poche o nulle mediazioni - la propria storia.

È un racconto per quadri - o forse capitoli - di una autobiografia in divenire, che si perde nei meandri di una memoria vivace, che illumina dettagli forse insignificanti, e che pure diventano giganteschi scogli nella vita di un ragazzo qualunque (o di qualunque ragazzo) alle prese con l'enorme fatica del crescere.

Il «mestiere di vivere», allora, si impara in parrocchia, o nei campi estivi, si subisce - come si subisce una povertà fatta di disagio e dignità.

La famiglia del piccolo borgo ai piedi di Perugia raccontata nel quotidiano sforzo di far coesistere desideri e possibilità: i costumi per carnevale, troppo costosi ma imperdibili; la colazione con la pasta d'acciughe anziché con l'affettato; l'ambito motorino Si...

Nel racconto di Filippo Timi, al di sotto della grande esplosione comica ed autoironica, la tenerezza delle piccole cose fa da delicato accompagnamento alla storia vitale ed energica di un ragazzo cresciuto tra complessi e disagi: il corpo troppo grosso, il sudore, la balbuzie, la vista debole...

Solo in scena, su una piattaforma che è la stanza adolescenziale e la pista di una discoteca, l'altare della chiesa e il soggiorno di casa, Filippo Timi affronta il pubblico in calzette e mutandoni, con una canottiera sbrindellata che svela la struttura possente del corpo.

Inizia a raccontare, con la forza e la follia che ormai contraddistingue il suo modo di stare in scena: ma qui svela - anche grazie alla sobria regia dello stesso Corsetti - capacità di grande controllo, e mostra al meglio le sue doti d'interprete.

Nelle luci disegnate da Gianni Staropoli, il racconto evoca gli anni Ottanta in una versione decisamente intima e personale: così il 1989 si ricorda solo perché è l'anno degli stivali Camperos e di una disastrosa «comparsata» alla messa di Natale.

E tra Happy Days e Claudio Baglioni, Timi racconta di amici e parenti, di disagi e amarezze, di piccole gioie e grandi scoperte.

Il bacio non dato alla compagnuccia di scuola, la bella Sonia Sorci, la prima vacanza o l'iniziazione al sesso (in uno dei momenti più esilaranti del lavoro), e poi la scoperta della «uomosessualità» e le drag-queen di Perugia...

Ma il viaggio a ritroso, nella memoria e nella famiglia, si racchiude in uno struggente atto d'amore per la madre dell'attore-autore.

Una dichiarazione d'amore filiale di grande e poetica bellezza: la presenza semplice e costante della madre, dal ricordo di quel cuore che batte lontano e vicinissimo quando si è ancora nell'utero, fino alla scena finale, evocata in un soffio, con la donna che taglia le unghie dei piedi al protagonista, già uomo, e si dice pronta a vendere un rene pur di tirare avanti, per superare la povertà...

Gesto umile, di delicata complicità, di quell'affetto - unico ed irripetibile - che c'è tra madre e figlio, e che Timi ha voluto, e saputo, omaggiare.

La vita bestia, prodotto da Fattore K, è uno spettacolo toccante e, al tempo stesso, decisamente divertente, con guizzi di grande lirismo che si alternano, smentendoli ed esaltandoli, ad altri di dirompente comicità: si vorrebbe fosse sempre così, e cercare un sorriso per scacciare le lacrime...

Recensioni stampa

''Timi racconta le proprie esperienze infantili, le età difficili e la formazione, comuni a quelle della sua generazione. Dai rapporti con i genitori ai sentimenti verso il mondo e soprattutto verso le persone che incontra, le canzoni e il sesso, la madre e i vicini. Sarebbe un patrimonio uguale a quello di tanti, nella piccola provincia italiana, che Timi rende gustoso negli episodi e nel modo di raccontarli.'' Gianfranco CapittaIl Manifesto

"Gioco con la mia ambiguità"

L'ha voluto Ozpetek per "Saturno contro" ("Ma non posso rivelare nulla per contratto") e sarà anche sul set diretto da Saverio Costanzo in cui interpreterà un monaco speciale. Filippi Timi è uno dei nuovi volti del cinema italiano. Durante una pausa tra un set e l'altro, il sabato e la domenica fino al 5 novembre è al Piccolo Jovinelli con la piéce "La vita bestia" ("Un'autobiografia allo specchio"), che registra il "sold out" ad ogni recita.

"Sii buono con l'intervista". Così Filippo Timi mi congeda dalla nostra chiacchierata in cui si sono toccati diversi temi dall'amore unico e forte per una donna, alla poligamia, dalla (presunta) ambiguità sessuale fino al Premio UBU 2004 come miglior attore Under 30 e al set con Ozpetek e Costanzo Junior. "Sul film di Ferzan non posso veramente dir nulla", dice l'attore sul treno di ritorno per Roma "dopo cinque giorni passati in famiglia". "Abbiamo firmato un contratto per Saturno contro in cui ci impegnamo a non dir nulla alla stampa", rivela.

Ma se gli facciamo notare che un altro dei protagonisti maschili del film, Luca Argentero, si è lasciato scappare che sarà uno degli amanti di Pierfrancesco Favino, lui risponde: "Saranno problemi suoi". Cerco allora di estorcergli qualcosa sul film che sta girando con Saverio Costanzo dal titolo "In memoria di me" incentrato sui voti presi da un giovane monaco. "In fondo siamo tutti monaci" è stata l'unica risposta ottenuta.

Quando desisto lui dice "Posso dirti una cosa...Sto scrivendo il mio secondo romanzo. Stavolta da solo (il primo "Tuttalpiù muoio" è stato scritto con Albinati; ndr.). Sarà un libro al femminile pensato per e sulle donne". Filippo Timi è simpatico ma anche "poliedrico" come ama definirsi. "Quando leggo un libro ne ho in mano già altri quattro. Non riesco a star fermo...". Ma fa così anche con le donne? "Rispondo con un punto di domanda. Comunque sono sempre stato scelto e non ho mai scelto io per primo...Insomma dico sempre di sì". Però sia nel libro "Tuttalpiù muoio" che nello spettacolo "La vita bestia" si accenna a un grande amore per una ragazza.

"E' tutto vero - afferma - ho vissuto per quasi un anno un grande amore. Vedevo lei già madre dei miei figli e mia moglie, naturalmente. Alla fine sono scappato perché se no sarei rimasto in tensione perenne e per diverso tempo sono rimasto legato a quell'immagine di donna. Si è aperta un'altra vita, un altro amore e un altro sesso". Sta forse dicendo che ha vissuto esperienze omosessuali? "Nel mio libro racconto di una relazione gay, ma io gioco molto sull'ambiguità". Vuol dire allora che non è tutto vero? "Non lo direi mai, in ogni caso ora sono molto affascinato dall'idea del matrimonio...".

Perché ha definito la sua piéce "un autoritratto allo specchio"? "Un artista che dipinge un paesaggio esprime il proprio tempo, la propria filosofia. Quando un pittore invece si cimenta con l'autoritratto si mette a nudo in primo piano. Lo stesso vale con questo spettacolo". Ha detto "diamoci un'altra possibilità (...) se necessario con la disperazione di prendere con le mani il proprio amore e farlo comunque sanguinare...". Lei lo ha fatto? "Il mio cuore sanguina ancora - rivela - anche dopo il grande amore finito male. Quando è finito mi sentivo ancora il cappio al collo e non sono riuscito a toglierlo. Poi mi sono riappriopriato di me stesso cacciando via i fantasmi". Il sogno di Filippo? "Vivere in un appartamento con quindici persone...". Ma è un harem? "Sì tipo un harem".

Andrea Conti Tgcom

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